Trovatala prova: l'istituto californiano eraalcorrente che la statua era stata ceduta clandestinamente ROMA - «Statua greca sconosciuta d'una dea, probabilmente Afrodite, alta 220 centimetri ed originariamente in pezzi, che risale al 425-400 avanti Cristo, e verosimilmente proviene dal Sud Italia, o dalla Sicilia, pagata 9 milioni di dollari»: così dice (anzi, confessa) un documento interno del Getty Museum, redatto il 22 luglio 1998, durante una revisione contabile. Dunque, l'istituto californiano sapeva che la prestigiosa scultura, acquisita dal mercante inglese Robert Symes e priva di ogni certificato d'origine, proveniva dal nostro Paese, in modo illegale e clandestino: ed ora, non gli sarà più possibile evitare di restituircela (sempre che non abbia già deciso di farlo). E' la più rilevante novità scaturita, ieri, dall'udienza del processo contro Marion True, per decenni curator del museo stesso, e Robert Bob Hetch, uno dei massimi mercanti d'illegalità al mondo. Testimoniava l'inglese Peter Watson: il cui libro Sotheby's inside story. '97, ha convinto la casa d'aste a non vendere più archeologia a Londra, tanti erano i malaffari che esso rivelava; uno che s'occupa del "mercato nero" in Italia dal '79, quando ancora viveva il mitico Rodolfo Siviere Watson ha avuto accesso all'archivio di Robin Symes e agli atti di una lite giuridica con gli eredi del suo ex socio Christos Michaleidis, morto (cadendo dalle scale) nel '99 a Terni, dopo una cena con Symes e gl'importanti coniugi Leon Levy e Shelby White (lui non c'è più; lei ha finanziato il rinnovo dell'ala archeologica del Metropolitan nel suo nome). I due vivevano more uxorio; una lunga querelle ha attribuito agli eredi di Christos la metà delle loro società: con 17 mila reperti, valore di 125 milioni di sterline, stipati in 39 magazzini. Ebbene, tra le carte di Symes, quello che per 20 milioni di dollari aveva rilevato pure la Maschera d'avorio (e di cui Watson ha perfino frugato nell'immondizia), c'era questo documento risolutivo. Non solo: di Symes, imputato per la stessa associazione per delinquere dei due ora sotto processo, e di Giacomo Medici condannato in primo grado a 10 anni, è venuto fuori anche il giro d'affari: un insieme d'affidamenti per almeno 57 milioni di dollari. Il che fa capire quale valore avesse il "black market" italiano. La deposizione ha spiegato che tutti i nomi coinvolti nel traffico clandestino, avevano stretti rapporti tra loro, e molte società erano di facciata: medesimo indirizzo, spesso lo stesso direttore; che mediante Sotheby's, comperavano e rivendevano gli stessi oggetti, "ripulendone" le equivoche origini; la casa d'aste temeva una "sorpresa" di Scotland Yard: per questo aveva "sbianchettato" dai registri i nomi dei venditori; e Medici era «il più grande consegnatario e intermediario di beni archeologici italiani per Sotheby's; il secondo, era Symes; l'indirizzo dei due era in comune». Né mancano i dettagli curiosi: sull'isola greca di Paros, Marion True ha una villa da 400 mila dollari: «Pagata da Christos, l'ex socio di Symes, che ha pure pagato la casa a Londra di Felicita Nicholson, l'ex responsabile inglese di Sotheby's, per 18 mila sterline». Ma Watson ha mai visto la Venere di Morgantina: «Dal vivo no; però, Symes aveva una polaroid: con le parti ancora da assemblare, prima del restauro, ed evidenti incrostazioni di terra provenienti dallo scavo; alla scultura mancava ancora il braccio». Si continua il 7 aprile: il Pm Paolo Ferri ha ancora in serbo altre sorprese; "chi sa", assicura che sono sensazionali. La preziosa scultura ora può rientrare nel nostro Paese. DOMANDE - RISPOSTE 1 Come è arrivato il reperto negli Usa? La Venere di Morgantina, certamente scavata ad Aidone, in provincia di Enna, risale al V secolo a.C. e si colloca tra l'Afrodite Doria-Pamphili, nota solo da copie romane, e una scultura analoga rinvenuta nell'Agorà di Atene. Nel 1986, è proposta da Symes al Getty; l'anno dopo, varca l'Oceano: valore dichiarato 210 milioni di dollari. L'avrebbe scavata Orazio De Simoni; Symes dice d'averla avuta a Chiasso, da tal Renzo Canavese. Il Getty museum, prima d'acquistarla, chiede se non risulti rubata (impossibile per un oggetto di scavo clandestino, non registrato), e la rileva nel 1988. Di recente, una delegazione del Getty, mutati i responsabili dell'istituzione, è venuta in Italia per svolgere colloqui. 2 Quali altri musei sono coinvolti? Esiste solo una lista provvisoria; il museo di Malibù ha già restituito al nostro Paese sei reperti; ma gliene vengono contestati, ufficialmente, almeno altri 32, acquisiti nella Penisola, in modo illegale; ed esisterebbe anche un'altra lista, assai più numerosa, di reperti trafugati. Altri 116 sarebbero al museo di Boston; altri ancora, a Princeton, a Cleveland, alla Harvard University, in almeno tre musei e raccolte giapponesi, alla Ny Carlsberg di Copenhagen, ed a Berlino. Ma le indagini sono ancora in corso; e l'elenco è destinato, sicuramente, a diventare assai più nutrito.
II Getty museum sapeva: Venere trafugata in Italia
Un documento interno del Getty Museum, risalente al 22 luglio 1998, confessa che la statua della Venere di Morgantina, acquistata dal mercante inglese Robert Symes e proveniente dal Sud Italia, era stata ceduta clandestinamente all'istituto californiano. La statua, alta 220 centimetri, risale al 425-400 a.C. e verosimilmente proviene dal Sud Italia o dalla Sicilia. Il Getty Museum sapeva che la statua proveniva dal nostro Paese in modo illegale e clandestino. Il processo contro Marion True, curator del museo, e Robert Bob Hetch, uno dei massimi mercanti d'illegalità al mondo, ha rivelato dettagli sulla storia della statua e sul mercato nero di archeologia.
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