Otto storie dei turni creativi Lo studio: soffiano l'estero e fanno il doppio lavoro per vivere «Ho fatto di tutto, dal carabiniere all'operaio al tornio e ho persino pulito le scale, l'unica cosa che non ho fatto è il macellaio»; questa è la storia di Gabriele Talarico, nato a Catanzaro nel 1974. Mentre c'è chi come Fabio Bonetti (ventiquattro anni, da Modena) si è mantenuto facendo il grafico e il curatorefree-lance di progetti culturali per il comune, «secondi lavori» che ancora oggi pratica «per avere sicurezza, perché non si può fare affidamento costante sull'arte». Sono i «ritratti» dei giovani artisti italiani raccontati dalla ricerca vincitrice della prima edizione (quella del 2005) della «Borsa Economia dell'arte contemporanea» promossa dalla Fondazione Giovanni Agnelli e da UniCredit Private Banking. Una ricerca (titolo completo «Carriere di giovani artisti visivi in Italia: generazioni e opportunità») realizzata da Giulia Sondi, Albert Samson e Silvia Sitton i cui risultati completi verranno presentati ufficialmente oggi (alle 16,30, a Torino, nella Sala Conferenze della Fondazione Agnelli), quando saranno resi noti che i vincitori della seconda edizione quest'anno incentrata sul tema «Non solo public art. Il complesso rapporto fra arte contemporanea e città». Questa «biografia essenziale» parla di artisti che vengono spesso da una famiglia benestante; hanno un «secondo lavoro» che li aiuta a sopravvivere; votano tendenzialmente «a sinistra»: amano l'Italia ma hanno il desiderio di lavorare all'estero; sono spesso sposati, fidanzati o accompagnati con qualcuno che, come loro, lavora all'interno del «sistema della creatività». Centocinquanta questionari, settantasei interviste, duecentocinquanta collaborazioni: freddamente la ricerca nasce così. Fecalizzandosi sull'identikit degli artisti visivi tra i venti e i cinquant'anni ma offrendo allo stesso tempo una serie di spunti intriganti: dalla segnalazione di Torino e di Napoli (non tanto di Milano) come capitali dell'arte all'indicazione di Maurizio Cattelan come «il più citato». Oltre ad una incredibili serie di storie. Come quella del duo Perino e Vele (Emiliano Perino e Luca Vele, trentatré e trentun'anni, da Rotondi, Avellino): «Non essere ricchi ci ha aiutato perché abbiamo cominciato a lavorare con quei materiali poveri, cartapesta e gesso, che poi sono diventati la nostra caratteristica», spiega Vele (quotazione per una loro scultura «media» sui 15-20mila euro). Che aggiunge: «Essere in due ci aiuta ad affrontare meglio le difficoltà». Doppio è anche il percorso di «ConiglioViola», Fabrice Coniglio e Andrea Raviola. Dice Coniglio: «Oggi siamo autosufficienti ma continuiamo a voler fare tutto da soli». La loro è una produzione «traversale» in cui si ritrovano dal video per l'ultimo disco di Loredana Berte ad un enorme installazione che raffigura (guarda caso) un enorme coniglio viola. Laura Pugno (che ha incominciato a lavorare con Emanuele Cerutti, il fidanzato) ha invece raggiunto l'indipendenza «con il tempo» e oggi si dedica alle problematiche del suo territorio (il Piemonte), ad esempio «raccontando» la Tav. Per loro, comunque, tutto passa dal «coefficiente»: la fatidica cifra (dallo 0,6 all'1,5-2) che, moltiplicata per le dimensioni, determina il valore di mercato di un'opera. Oltre che dell'artista.