Decreto dei Beni culturali sull'attività musicale - Critici i sovrintendenti Ai direttori d'orchestra non più di 25mila euro ROMA - Sei articoli e tre tabelle. Il decreto del ministro dei Beni culturali è pronto e la sua pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale imminente. Al centro ci sono i provvedimenti di contenimento dei costi per le fondazioni liriche ma anche per tutti gli enti, le associazioni e gli organismi musicali finanziati dallo Stato. Parte così il "cachettario", tre tabelle (lirica, concertistica e danza) che fissano minimi e massimi delle scritture artistico-professionali cui diventa obbligatorio attenersi dal 1 luglio prossimo. Qualche cambiamento rispetto alla bozza iniziale (si veda «II Sole-24 Ore» del 18 gennaio 2006) è stato introdotto: i compensi minimi sono stati più che dimezzati (non vanno oltre 6mila euro per il direttore d'orchestra di categoria A nel caso di un concerto), accogliendo così le critiche di chi già pagava meno del minimo e si sarebbe visto costretto a spendere di più. Resta il massimo, nella lirica, di 21 mila euro per un direttore d'orchestra, di 17mila euro per un cantante protasonista. di 30mila euro per il regista, di 25mila euro per il direttore e per il solista in concerto, e di 9mila euro per l'étoile ospite in un balletto (ma il coreografo può arrivare fino a 30mila euro). Tutti i cachet dovranno essere "onnicomprensivi": nessun altra spesa pagata, sotto la diretta responsabilità dei sovrintendenti. Eventuali sforamenti, ma non superiori al 20, restano possibili solo per le grandi star internazionali (ma come stabilire quali sono?). Anche i costi totali di produzione dovranno essere più bassi del 20 nel triennio 2006-2008 rispetto al 2005, quelli per consulenze e collaborazioni professionali dovranno essere tagliati del 10. E ancora. Il decreto istituisce la Conferenza permanente dei sovrintendenti, per coordinare programmi e attività e avvia la banca dati informatica della musica lirica: costi, scritture, consulenze, allestimenti, disponibilità di costumi e archivi, perfino il materiale di cui si intende disporre la distruzione dovranno essere comunicati al dipartimento per lo spettacolo dal vivo, diretto da Salvatore Nastasi, che ha gestito in prima persona l'iter del provvedimento. A fare da arbitro nella non facile gestione di compensi e classifiche per gli artisti (sarà di «conclamata e indiscussa eccellenza artistica» cioè categoria A o solo di «riconosciuta capacità», quindi categoria B?) sarà il Comitato tecnico di valutazione: due sovrintendenti designati dall'Anfols, tre esperti scelti dalle altre istituzioni musicali (quelle appartenenti al cosiddetto Titolo III) e uno indicato dal direttore generale per lo spettacolo dal vivo. Introdotte alcune norme per favorire la promozione del pubblico, il decreto si conclude con l'articolo 6: sanzioni. «La formulazione è abbastanza vaga ammette Nastasi per tenere conto di una serie di elementi. Ma ci consentirà anche di essere più pesanti». Servirà questo "risparmio forzoso" a salvare dal declino (economico) le fondazioni liriche e la musica? Gli operatori sono scettici. Anche perché c'è il rischio che questi tetti portino tutti ad adeguarsi verso l'alto e quindi a spendere più di prima. «Nessun Paese al mondo stabilisce questi principi» osserva Bruno Dal Bon, presidente del Teatro sociale di Corno, uno dei 27 teatri di tradizione italiani. E aggiunge: «Prima di mettere delle griglie per i cachet, lo Stato dovrebbe dare certezze sui finanziamenti». Per Walter Vergnano, presidente dell'Anfols, l'associazione dei sovrintendenti lirici, «i teatri hanno bisogno di una riforma profonda e coraggiosa, di aumentare la produzione, non di ridurla come invita a fare questo decreto. Queste regole vanno bene se fanno parte di un progetto, così sono inutili. Il problema va affrontato dalla testa, non dalla coda. In ogni caso aggiunge se anche riusciamo a superare il 2006, un altro anno così non siamo certo in grado di reggerlo». Lo stesso Nastasi non nasconde che il decreto «non salva la lirica, i soldi ci vogliono comunque, ma forse la moralizza un po', da maggiore trasparenza alla gestione». Che il quadro sia tragico, come mai in passato, trapela anche dall'interno del ministero. I bilanci previsionali delle fondazioni liriche per quest'anno sono tutti in rosso, tranne due in pareggio: il Maggio fiorentino, grazie a plusvalenze straordinarie, e il Teatro Massimo di Palermo, reduce da una ristrutturazione del debito con le banche e con una stagione ridotta. La stessa Scala di Milano ha previsto un deficit di 5,7 milioni, considerando come già acquisito il contributo della Provincia, che in realtà non è mai arrivato. Una boccata d'ossigeno, infine, poteva venire dall'impegno del ministero a versare entro marzo un anticipo del Fus pari al 50 di quanto avuto nel 2005. Ma il piatto piange: «Ci stiamo attrezzando per pagare chi ha fatto richiesta fanno sapere del ministero ma sarà difficile accontentare tutti». Perché? Semplice: non ci sono soldi in cassa.