Esseri belli non basta. Sembra uno dei soliti paradossi italiani, ma, stavolta, non è dei peggiori, tutt'altro. Il fatto che l'Italia abbia un patrimonio culturale invidiabile e unico al mondo e che presto sarà la nazione del pianeta con più siti tutelati dall'Unesco (oggi ne ha 36 ed è preceduta dalla Spagna di uno, ma la nostra "corona di perle" dovrebbe arricchirsi presto di altri tre: Sacri Monti, Val d'Orcia e l'insediamento etrusco di Cerveteri), non è sufficiente per cullarsi sugli allori. Anzi è uno stimolo a migliorare. È quello che è emerso con prepotenza e coraggio durante la prima conferenza dei siti italiani iscritti nella lista del patrimonio mondiale Unesco che si è tenuta ieri e venerdì nello splendido scenario di Noto, "capitale" dell'ultimo sito entrato nella lista, il Val di Noto con le sue città barocche. Noto: un modello. Non è un caso che la Sicilia abbia ospitato la manifestazione. Infatti il Val di Noto, proprio in virtù della sua recente iscrizione, non solo ha dovuto adempiere a una serie di obblighi che gli altri siti non avevano, ma si pone ora come modello per il resto del gruppo, «Ci interessa la metodologia che emerge dal Val di Noto ci dice Nicola Bono, vera anima del convegno . Qui si è fatto un ottimo piano di gestione: è il nuovo strumento attraverso il quale chi entra nella lista Unesco si impegna non solo a tutelare e preservare il sito, ma anche a potenziarlo e svilupparlo in un'ottica economica, che valorizza tutte le caratteristiche della terra in cui è posto». È questa infatti la grande novità per i siti Unesco. L'organizzazione delle Nazioni Unite (la più grande per numero di Stati che vi aderiscono) richiederà entro il 2005 a tutti i siti di dotarsi di questo e altri strumenti che iniziano una nuova fase nella concezione stessa del sito. Non si tratta più di tutelare un bene, che per la sua unicità è ritenuto bene comune dell'umanità, ma di valorizzarlo (nel rispetto di uno sviluppo sostenibile) per permettergli di fungere da volano economico. Lo si capirà ancora meglio quando verrà presentato il primo rapporto periodico che concerne l'Italia, che dovrà essere redatto (dallo Stato e dai gestori dei siti) entro il 2004 e che prenderà il via nei prossimi mesi. I siti italiani sembrano avere capito l'importanza di questa nuova via: e, infatti, oltre ad essersi riuniti in associazione sembrano tutti condividere (almeno a sentire i casi presentati a Noto) preoccupazioni e potenzialità di questa nuova fase. Entrare a far parte della lista Unesco è una benedizione per chi se lo può permettere. Intanto, perché è garantita la salvaguardia dei monumenti e degli insediamenti e poi, soprattutto, perché sul territorio si accendono le luci del turismo intemazionale. Più turismo. I casi sono molto efficaci, il Parco del Cilento è riuscito ad ottenere fondi strutturali dalla Ue (sempre preparando un adeguato piano di gestione) per 133 milioni di euro, da utilizzare finanziando iniziative virtuose; Pompei ha raddoppiato la superficie visitabile da quando è nell' Unesco; Siena e Assisi stanno mettendo a punto una serie di iniziative urbanistiche di grande importanza e di auspicabile emulazione (cablatura totale, eliminazione delle antenne, ripristino delle situazioni architettoniche più a rischio); i Sassi di Matera oggetto di articoli velenosi nel secondo dopo guerra oggi sono tornati ad essere un quartiere vivo e abitato e stanno per raggiungere quella soglia di 500mila visitatori all'anno che permetterà di generare reddito. Se questi sono esperimenti già in parte riusciti ma che hanno ulteriore bisogno di affinamento e se sapranno fungere da modello e da coordinamento per gli altri, la situazione non potrà che migliorare. Anche perché l'esigenza di una più stretta collaborazione fra i siti italiani è diffusa, e a supportarla potrebbe addirittura arrivare una legge (allo studio in Senato, primo firmatario il senatore Asciutti) che prevede una serie di finanziamenti per i siti Unesco a ogni finanziaria del Governo. Cooperazione. Del resto quello della cooperazione fra siti è uno degli obiettivi primari dell'Unesco, come ha sottolineato il direttore del centro per il Patrimonio mondiale, l'architetto Francesco Bandarin. Il quale ha fornito esempi di circoli virtuosi innescati dalla collaborazione con realtà lontane: Urbino si è unita a una città indiana, Feltre alla capitale del Nepal Katmandu. Ciò che appare sempre più chiaro non è però l'importanza in sé di queste singole esperienze, quanto la percezione che solo promuovendo il territorio nell'insieme si ottengono ottimi risultati economici. Certo vanno integrate competenze e strategie diverse: soprattutto nel caso del turismo. Se vi sono siti che hanno il problema di limitare il flusso (Siena, San Gimignano, Venezia), altri hanno bisogno di intensificare la qualità delle infrastrutture e dell'offerta. «Deve crescere ha detto Giancarlo Abete (Federturismo) l'intera filiera dell'offerta, in nome della qualità, ma anche della formazione». Nuove professionalità. Ecco un'altra grande opportunità, sottolineata con forza da Giovanni Puglisi, segretario della Commissione italiana dell'Unesco, «Le università devono cogliere l'importanza del momento e intensificare la formazione di nuove professionalità necessarie ai siti per promuoversi e svilupparsi». Il turismo culturale, insomma, può diventare una delle risorse economiche principali dell'Italia; e non è detto che le cassandre che predicano cattivi presagi dalla "industrializzazione" della cultura debbano avere ragione. I casi provenienti dall'estero dicono proprio il contrario. Come ha mostrato un esperto del ministero dei Beni culturali, in Africa e nei Paesi Arabi (dove il rapporto periodico è stato già redatto) proprio l'etichetta Unesco garantisce una maggior attenzione alla tutela. Gli amministratori, comunque, non possono fare da soli. Sovrintendenze e organismi vari vigilano. Come è successo per il nuraghe di Barumini, dove è stato bloccato il piano turistico del comune limitrofo di Tuili, e, soprattutto, per le Eolie. Le isole, recente acquisizione dell'Unesco, rischiano (lo ha ribadito ancora Puglisi) di «uscire dalla lista». Una situazione scongiurata, per ora, dall'intervento della Regione Sicilia che ha bloccato un piano che certamente non rientrava tra quelli di gestione economica così cari ali'Unesco. Piano di gestione. La quota attuale del turismo culturale in Italia sfiora il 30 del totale e molti siti minori (vedi la Villa Adriana) non risentono dei cali dei flussi. E una quota che non solo può aumentare, ma deve estendersi a tutti i territori limitrofi dei siti protetti e coinvolgere tutta l'attività produttiva. Il Val di Noto, in questo caso, è esemplare. Grazie al piano di gestione, infatti, sta per nascere un autentico "distretto del Sud Est": un comparto organico dove l'offerta culturale si mescola felicemente con quella produttiva, dove il bicchiere di vino buono bevuto a tavola ha lo stesso valore propulsivo della facciata della cattedrale barocca. Insomma, le opportunità sono molte e bisogna essere pronti a coglierle: ecco perché, sempre più, entrare nell'Unesco sta diventando un punto di partenza per lo sviluppo di un territorio e non un punto d'arrivo. Pensate: se ne sono accorti persino gli Stati Uniti. Nella prossima Conferenza generale dell'Unesco che si terrà a Parigi il prossimo 29 settembre e sarà inaugurata dal presidente Ciampi rientreranno nell'Organizzazione dopo ben 18 anni di assenza. Non è mai troppo tardi. Nemmeno per un Paese che le opportunità di sviluppo ha sempre dimostrato di saperle cogliere e anticipare.