Un restyling da quasi nove milioni di euro chiuderà da lunedì il Museo del Risorgimento. Una chiusura non annunciata (in assenza di comunicati ufficiali, lo si è scoperto per la sospensione delle visite scolastiche) che dovrà permettere di risistemare locali e magazzini, mettere a norma impianti e pavimenti, infine riallestire il percorso di visita secondo criteri più moderni e un'impostazione non più sabaudo-dinastica ma europea. L'intervento, dei quali non sono noti i dettagli, è finanziato con tre milioni dal Ministero, con cinque dalla Compagnia di San Paolo e con oltre 500 mila euro dalla Regione. CHIUDE al pubblico da lunedì prossimo il Museo del Risorgimento. Partono infatti i lavori del restyling, che si preannunciano lunghi e complessi. Si inizia con la ristrutturazione della biblioteca e dei depositi, i primi locali a dovere essere rimessi a punto, per potere ospitare i materiali contenuti nelle sale e permettere dunque la rimessa a norma e il rifacimento degli impianti e dei pavimenti. Ultimo passo sarà il riallestimento, che dovrà riconsegnare, in data ancora da definire, un museo più moderno, in vista anche delle celebrazioni, nel 2011, dei 150 anni dell'Unità d'Italia. «Il bando di gara è già stato pubblicato, la scadenza è prevista a metà aprile, dopo quella data saranno affidati i lavori» dice il direttore regionale dei Beni culturali Mario Turetta, che conferma il grosso coinvolgimento del Ministero, che ha stanziato per la messa in sicurezza 3 milioni di euro. Per l'allestimentocui sta lavorando dal 2001 un comitato cui sovrintende il presidente del museo, lo storico Umberto Levrala Compagnia di San Paolo ha previsto un contributo di 5 milioni, mentre la Regione partecipa con più di 500 mila euro. Un grosso investimento dunque, per un museo molto visitato soprattutto dalle scuole e del cui recupero si parla da anni. Ma se ne parla in maniera un po' clandestina, quasi «Carbonara»: pochissime le informazioni, solo per caso si è saputo che le scuole dovranno sospendere le visite. E dunque si è dedotto che nemmeno i cittadini vi potranno più accedere. Il progetto per il nuovo allestimento era stato illustrato dal professor Levra nel luglio del 2004, all'indomani della nomina a presidente, incarico in cui era succeduto all'avvocato Franz Grande Stevens, divenuto allora presidente onorario. Levra, ordinario di Storia del Risorgimento all'Università di Torino, già da molti anni consigliere del museo, aveva in quell'occasione sottolineato la necessità di modificare radicalmente il primo museo di storia patria in Italia, pensato nel 1864 e mai modificato dagli anni 60 del secolo scorso: «È ora di svecchiare l'assetto attuale, piemontese e dinastico, dando spazio non solo ai vincitori ma anche ai vinti e collegando il processo di unificazione italiana al contesto europeo di quegli anni» aveva detto. Proprio nell'ottica di una svolta europea, e comunque internazionale, gruppi di ricercatori hanno preso contatti con omologhi musei dalla Russia alla Finlandia, dalla Polonia all'Ungheria, con il compito di individuare punti di collegamento tra le storie di vari paesi, da tradurre in immagini attraverso moderne tecnologie. Levra aveva anche annunciato «un museo con meno carte, maggiore luminosità e l'impiego di strumenti interattivi e multimediali». Un allestimento destinato a mutare dunque l'immagine del museo, con l'intento di inserirlo nel percorso di visita del cosiddetto «distretto sabaudo», che comprende alcune perle della città, dall'Egizio, alla Sabauda, all'Armeria, a Palazzo Reale.