Allarme. La cultura ridotta a marketing allontana un milione e mezzo di visitatori. Quattro le unità di misura: Goldin, Sgarbi, Daverio, Bonito Oliva. Si gettano milioni in comunicazione, trascurando eventi a misura umana. Non si possono valutare con lo stesso metro Antonello da Messina e la mostra "Gli impressionisti e la neve" Ma dove sono andati? Intendo il milione e mezzo di spettatori che non sono andati a vedere le mostre d'arte. Perché questa è la domanda interessante. Sono andati al mare, allo stadio, a giocare a tennis, sono rimasti a casa o, magari, sono andati a vedere arte e consumare cultura non misurabile. La chiesa lì, la piccola mostra là, il quartetto d'archi lassù. Da noi si misura tutto, il programma televisivo, il film, la mostra, il libro. Sotto una certa misura non si esiste. Non parlo di cultura d'elite, parlo di cultura-investimento, cultura a rendere non cultura a perdere. Nell'arte, in Italia, esistono quattro unità di misura: Goldin, Sgarbi, Daverio, Bonito Oliva. Tutto il resto deve essere convertito in una di queste misure. Il dialogo, la discussione, le valutazioni ruotano intorno a questi quattro parametri, ai quali se ne aggiungono altri quattro: Picasso, Warhol, Impressionisti, Guggenheim. Davanti a una combinazione, a caso, di questi otto soggetti si calano le braghe assessori, presidenti e sindaci di qualsiasi razza o partito. Prendo l'esempio di una città come Torino, la più viva e attiva in Italia, per quel che riguarda la contemporaneità, con istituzioni museali riconosciute in tutto il mondo, con un collezionismo coraggioso da sempre, a partire dagli anni Cinquanta quando sotto la mole arrivavano, dal Giappone, gli artisti del gruppo Gutaj, che non conosceva nessuno, o quando negli anni Sessanta scoppiava l'Arte Povera. Ecco, in una città come questa, che non ha paura d'investire nel futuro, negli ultimi due anni sono state messe in piedi mostre come "L'impressionismo e la Neve" (Goldin), grande successo, anche perché accanto ha avuto "II Bianco e altro, comunque arte" (Bonito Oliva), "II Male" (Sgarbi). Poco più in là Daverio aveva fatto una mostra a Biella. "Sul filo della lana", che credo avesse come slogan dal filo di Arianna al gomitolo di Andy Warhol. Comunque arte una mazza! Forse, molti, di questo milione e mezzo di gente che non va più alle mostre, fa parte del pubblico disamorato da queste trovate, perché di trovate si è trattato. Tutto il resto, ed è tanto, che la città sta facendo sulla contemporaneità, continua a essere valutato dentro l'ombra lunga di queste mostremostro e di questi soggetti stracotti. Si gettano milioni in "comunicazione", altro chiodo fisso di chi rifiuta di capire che non è questione di comunicare ma di educare, di stimolare, di eccitare intellettualmente, e culturalmente, non il generico pubblico, ma lo spettatore come individuo sociale, accrescendo la sua curiosità, non l'innata pigrizia che sta in ognuno di noi. Per fare questo non si può procedere con le cannonate, i blockbuster. Si deve cominciare a costruire un programma culturale diverso, dove accanto a grandi, e non solo grandi ma anche interessanti, eventi, possano fiorire iniziative a misura umana. Se si va al Moma di New York in questi giorni, dentro il turbinio da aeroporto che attraversa il museo, è possibile scoprire un angolo con una piccola mostra di disegni dalla collezione, "Transforming Chronologies". Questa mostra comunica sulla natura dell'arte, contemporanea e non, più di dieci mostre sulle sopracciglia di Monet. La gente scappa dalle mostre perché l'arte, che prima offriva un momento d'intimità privata, a chiunque lo desiderasse, oggi è diventata un'esperienza non diversa dalla stazione di risalita di Cortina d'Ampezzo. Non si può buttare nello stesso calderone la mostra di Antonello da Messina, alle Scuderie del Quirinale, con una qualsiasi mostra, o trasmissione televisiva, goldiniana, sgarbiana, bonitoliviana o daveriana. Il successo di pubblico, che certamente avrà, non dipenderà dal marketing o dal merchandising, ma dalla sua capacità di svelare, attraverso un misterioso maestro, il mistero dell'arte. Perché, ci si chiede, l'Italia culla dell'arte è in crisi, anche, e proprio, nella sua specialità. Perché la cultura, da noi, è stata violentata, come tutto il resto, dalla televisione che l'ha trasformata in uno di quei McDonald's, o Pizza Hut, nascosti molto bene in qualche palazzo rinascimentale grazie al piano regolatore di qualche precoce urbanista. Questo sono le mostre blockbuster, che oggi vengono considerate l'ancora di salvezza contro la crisi. Misurare la mostra di Antonello con lo stesso metro de "Gli Impressionisti e la neve", è come valutare il ristorante Toni Gradiscutta, nascosto a Varmo, in Friuli Venezia Giulia, dove in quattro si può divorare una cena di altissima cucina al prezzo di una pizza e mezzo a Piazza San Marco, con gli stessi criteri che si valuta un hamburger all'autogrill dell'autostrada. Certo, è indiscutibile, all'autogrill ci passa più gente e si mangia più veloci. Quindi amministratori della cultura pubblica di tutta Italia pensateci e non piangete sul latte versato. Per la cultura, per l'arte, per i suoi contenitori, i musei, vale la regola, lo so volgare, dell'anatomia maschile, non me ne vogliano le signore; non grosso che turi, non lungo che buchi, ma duro che duri. L'arte non va consumata, ma va lentamente e profondamente goduta. Ognuno come gli pare, quando gli pare e con quanta gente gli pare. Good night... and Good Luck.