Le Soprintendenze non riescono a pagare le bollette telefoniche e dell'elettricità: proclamato lo stato d'agitazione. In quattro anni fondi ridotti del 62 Meno stanziamenti per le missioniIl taglio delle risorse per la gestione delle soprintendenze negli ultimi quattro anni Somme stanziate in migliaia di raro Riduzione '03-06 2003 2006 Spese d'ufficio 19.217,1 7.081,1 -63,2 Missioni, catalogazioni, mostre, convegni 14.341,4 5.351;3 -62,7 Canoni (telefoni, elettricità, ecc.) 1.740,6 711,0 -59,2 Noleggio auto 496,7 188,0 -62,2 Fonte: ministero Beni culturali ROMA In quattro anni un taglio del 62 e le Soprintendenze ora rischiano il collasso. Le risorse per il funzionamento di musei, siti archeologici, archivi e biblioteche si sono talmente assottigliate per effetto dei giri di vite imposti dalla diverse Finanziarie, che ora si contano i fogli per le fotocopie, si pone attenzione ai consumi di energia elettrica, si è parsimoniosi con il telefono. Perché di soldi per pagare le bollette non ce ne sono. E se si va avanti di questo passo, si dovranno chiudere i monumenti. Una situazione di disagio che ha provocato lo stato di agitazione in diverse Soprintendenze, a iniziare da quelle pugliesi. La protesta sta, però, risalendo la Penisola e ha finora contagiato Massa Carrara, Bologna e Milano. A provocare il malcontento è stata la scoperta, da parte dei funzionari delle Soprintendenze, che nel calderone dei tagli sono finiti anche i soldi per le ispezioni sul territorio. Niente risorse, niente missioni, zero controlli. Ma la gravita della situazione va ben al di là della decurtazione degli stipendi. È in gioco la tenuta stessa della gestione del patrimonio culturale. Ad affermarlo è lo stesso ministero. Una relazione del Dipartimento per i beni culturali e il paesaggio che verrà presentata domani al Consiglio superiore per i beni culturali espone cifre alla mano l'entità delle riduzioni. Le Soprintendenze avevano chiesto 21,5 milioni per le spese d'ufficio e ne hanno ricevuti 7; 19,4 erano quelli necessari per le missioni, le promozioni, le mostre e i convegni e ne sono stati stanziati 5,3; per pagare luce, acqua e telefono occorrevano 2,2 milioni, sono arrivati 711mila euro. E si tratta solo dei capitoli di spesa più importanti. Cifre ben lontane da quelle stanziate nel 2003, rispetto alle quali il taglio è stato di oltre il 60 per cento. Da allora ma il contenimento era iniziato prima è stata una progressiva corsa al risparmio. Con un allungo bruciante nell'ultimo anno: tra il 2005 e 0 2006 la riduzione delle risorse ha toccato il 44 per cento. Non ci sono molte vie d'uscita. Ormai si è raschiato il fondo del barile e comprimere ulteriormente la spesa è lo stesso Dipartimento a dirlo non appare possibile. A meno di non provocare disagi «agli utenti, agli operatori economici, nonché danni all'immagine stessa del Paese per la particolare rilevanza che il patrimonio culturale italiano riveste a livello internazionale». La paralisi è a un passo, perché si è andati ben oltre la lotta agli sprechi. «Si rischia si legge sempre nella relazione di dover chiudere musei e zone archeologiche per problemi connessi all'impossibilità di pagare le spese per le pulizie e le bollette telefoniche o dell'elettricità. Tutto ciò mentre si chiede all'amministrazione di prolungare gli orari di apertura dei musei, delle zone archeologiche e dei compendi monumentali». I sindacati sono sul piede di guerra. Considerato anche il taglio di 87 milioni al Fondo unico per lo spettacolo, «tra i primi impegni che il nuovo Parlamento dovrà assumere ha commentato Gianfranco Cerasoli, della Uil nazionale il settore dei beni e attività culturali deve avere priorità assoluta».
Musei, rischio chiusura per i tagli alle risorse
Le Soprintendenze per i beni culturali del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali hanno riscontrato un taglio del 62% delle risorse negli ultimi quattro anni, con conseguenze gravi per il funzionamento dei musei, siti archeologici, archivi e biblioteche. I tagli hanno comportato la riduzione delle spese per le missioni, le mostre, le promozioni e le spese d'ufficio, nonché la riduzione dei canoni per l'uso di telefoni, elettricità e altro. La situazione è tale che le Soprintendenze non riescono più a pagare le bollette telefoniche e dell'elettricità, provocando uno stato di agitazione.
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