I colpi di coda di un potere sono spesso temibili. E quelli che il ministro per i Beni e le attività culturali Buttiglione o i suoi diretti dipendenti stanno sferrando al patrimonio dell'arte hanno tutti i crismi dei colpi di coda dalle conseguenze preoccupanti. Lo denuncia il segretario di settore della Uil Gianfranco Cerasoli e altre fonti lo confermano: si avviano nomine e procedure per lo meno discutibili, i conti sono tragici, le soprintendenze, per pagare le bollette sono costrette a strappare quattrini destinati al restauro. Ma siccome di carne al fuoco ce n'è tanta, e rischia di finir tutta bruciata, andiamo per capitoli. Soldi, che disastro. Domani si riunisce il Consiglio superiore beni culturali (era il Consiglio nazionale) e avrà sul tavolo numeri impressionanti. Le soprintendenze per funzionare almeno decentemente hanno chiesto 21 milioni e mezzo di euro. Ne hanno ricevuti 7. Per pagare le missioni dei funzionari, custodi, mostre, antifurto e anticendio e altro la richiesta è stata di quasi 19milioni mezzo, ne hanno ottenuti 5 milioni e 351 mila. Notevole il capitolo intitolato canoni acqua, luce, energia elettrica, gas e telefoni: «richiesti 2.236 mila euro, ottenuti 711.032» (qualcuno pensa ci facessero bisboccia?). Tra il 2005 e il 2006, denuncia la Uil, il taglio delle risorse assolute è un autentico colpo di scure: «da 181.375 mila euro a 99.699 mila, pari al 45,3», mentre i soldi per il restauro sono scesi da 99milioni e 698 mila euro a poco più di 87 milioni. Il guaio è che dall'era dell'ex ministro Urbani per tante soprintendenze, artistiche, archeologiche, per non dire quelle archivistiche, è un vero sforzo aprire regolarmente uffici, sale dei musei, accendere la luce, inviare (pochi) fax, lettere (anche queste ne spediscono poche perché più d'un istituto, se gli richiedete l'invio di documenti, chiede di mandargli il francobollo per la spedizione postale). Consigli per gli acquisti. Il direttore generale al patrimonio storico artistico da qualche tempo è Bruno De Santis.Viene dall'ufficio legislativo, non è uno storico dell'arte. Per l'acquisto di opere d'arte da parte del ministero De Santis vuole nominare direttamente lui un gruppo di quattro funzionari, storici dell'arte, che diano il loro parere. Dov'è il problema? Che il ministero dovrebbe comprare opere, come sarebbe buona norma, sentendo sia la soprintendenza di settore e sia un comitato scientifico del Consiglio superiore dei beni culturali, cioè organismi indipendenti. Ma se è il direttore a nominare i consiglieri, la loro autonomia appare minata sin dal debutto. Rientri ad personam. Francesco Sicilia, a lungo di area Udc, la stessa di Buttiglione, dirige il Dipartimento per i beni culturali e paesaggistici. Quest'anno tocca i 67 anni e il 1 luglio deve andare in pensione com'è accaduto ad Adriano La Regina aRoma nel 2005, come accadrà dal 1 settembre al soprintendente del Polo museale fiorentino Antonio Paolucci. Ciampi ha negato la firma a una norma che avrebbe permesso a Sicilia di restare fino ai 70 anni, ma tra poco riceverà sulla scrivania uno dei decreti semestrali in cui i ministeri vengono autorizzati a bandire concorsi per assumere. E c'è chi vuole riassumere in Sicilia: se accadesse non si spiegherebbe perché non Paolucci, che è stato ministro, ha coordinato i lavori del dopoterremoto in Umbria, ha un curriculum assai più denso. Ma il discorso è un altro: oggi al ministero gli storici dell'arte e archeologi mancano come il pane. Secondo una stima per difetto, inclusi architetti, al dicastero ne servirebbero almeno oltre mille. Questa è una delle vere emergenze. Prendere Sicilia significherebbe lasciare fuori altri. E ancora: un decreto in gestazione stabilirebbe che il capo dell'ufficio legislativo e capo di Gabinetto (Antonio Mario Scino), può restare in carica per un mese con il nuovo governo, quando questo tipo di incarichi decade non appena il ministro (o il governo) cambia. Il catalogo conteso. L'Istituto centrale per il catalogo e la documentazione, insieme all'Istituto centrale del restauro, all'Opificio delle pietre dure di Firenze, all'Istituto per la patologia del libro, sta sotto il tetto del Dipartimento per la ricerca e innovazione perché, come gli altri, deve fare anche ricerca e produrre innovazione tecnologica. La settimana scorsa il consiglio dei ministri ha deciso che doveva passare al Dipartimento per i beni culturali e paesaggistici: un passaggio a rigor di logica poco comprensibile, a meno che il dipartimento diretto da Sicilia non voglia gestire direttamente la catalogazione. Perché? Il Consiglio di Stato lunedì ha bocciato questo passaggio. Ma ci riproveranno.