Presentati all'Archeologico i risultati della ricerca di sub specializzati nel recupero dei reperti Anfore da frutta di epoca romana, una nave del Settecento carica di pigne e un anfibio americano affondato nei giorni dello sbarco degli Alleati a Salerno. Sono questi solo alcuni dei siti archeologici individuati nelle acque che bagnano la Campania dai ricercatori di «Archeomap», il progetto voluto dal ministero per i Beni culturali per realizzare la prima mappa dei reperti archeologici sommersi. In due anni, un'équipe di archeologi marini ha passato al setaccio i fondali dei mari di quattro regioni meridionali per censire e documentare le testimonianze dei passato. Un po' come facevano gli Urinatores, il corpo di nuotatori subacquei specializzati dell'antica Roma, che lavoravano al recupero delle merci finite accidentalmente in acqua. L'unica differenza è che, in questo caso, i reperti non vengono portati a galla, ma restano lì, sul fondo marino. Almeno per il momento. Ieri mattina a Napoli, nei locali del Museo archeologico, la presentazione dei risultati della ricerca. «L'indagine ha esplorato i fondali marini di Campania, Puglia, Calabria e Basilicata - ha detto il vice ministro ai Beni culturali, Antonio Martusciello - compiendo una mappatura completa delle ricchezze sommerse nei mari del Mezzogiorno». «Dei mille siti individuati - ha precisato Stefano De Caro, direttore regionale per i Beni paesaggistici e culturali della Campania - ben 154 sono nelle acque della nostra regione, tra cui relitti di navi, aerei, sottomarini, ancore e manufatti che il mare ha conservato». Certo, non saranno i Bronzi di Riace o il Satiro danzante, ma i rinvenimenti compiuti nelle acque campane raccontano i costumi delle civiltà del passato, ricomponendo i tasselli di una storia antica. A largo di Punta Campanella, ad esempio, è stato ritrovato del vasellame che, con ogni probabilità, rimanda alle offerte votive per la dea Minerva. «Fonti antiche - ha proseguito De Caro - ci raccontano che i marinai erano soliti offrire del vino alla divinità guerriera che, nella rivisitazione estrusco-italica della greca Atena, aveva assunto anche le abilità di protettrice dei mestieri». Ed è proprio l'età romana quella più ricca di reperti nei fondali della «Campania Felix», con la metà dei resti classificati. «A largo di Capri, a circa 130 metri sotto il livello del mare - aggiunge Maria Luisa Nava, sovrintendente ai Beni archeologici di Napoli e Caserta - abbiamo trovato delle anfore di terracotta di epoca imperiale che vengono dalla Tunisia, a testimonianza degli scambi commerciali tra il Golfo di Napoli e la sponda Sud del Mediterraneo». Alcuni reperti, rinvenuti precedentemente l'inizio del progetto «Archeomar», sono stati trasferiti nel Museo archeologico dei Campi Flegrei, nel Castello aragonese di Baia. «Nel giro di due anni - ha aggiunto Nava - i locali del museo raddoppieranno il loro spazio». Per il momento è comunque possibile farsi un'idea della ricchezza dei fondali campani grazie alle escursioni organizzate a bordo del Cymba, battello dalla carena trasparente, che dal primo aprile riprenderà le sue corse. L'imbarcazione salperà dalla banchina del molo di Baia, con partenze alle 10, alle 12 e alle 15, per tagliare le acque che nascondono i resti della città imperiale di Baia (per info e prenotazioni visitare il sito www.baiasommersa.it o telefonare al 3331816817).