Alcune ferite si rimarginano, altre lasciano cicatrici indelebili. Il 26 settembre del '97, nel terremoto che devastò Umbria e Marche, nella Basilica superiore di San Francesco ad Assisi da un'altezza di 22 metri precipitarono due zone dipinte a fine '200: vicino alla controfacciata franarono i santi nella parte alta dell'arcone e lo spicchio del San Girolamo (questa opera del Maestro dei dottori o, forse, del giovane Giotto); presso la crociera sopra l'altare franarono - uccidendo quattro persone - una «vela» di cielo stellato e una delle quattro vele degli Evangelisti dipinte da Cimabue, quella del San Matteo. Il restauro della zona vicina alla controfacciata terminò nel 2002 e del San Girolamo fu ricollocato un 50. L'area sopra l'altare era più disperante, il suo restauro è finito adesso e il 5 aprile il ministro per i Beni culturali Buttiglione lo inaugura chiudendo ufficialmente gli interventi post-terremoto nella Basilica. Smontati i ponteggi, al posto di Matteo allo scrittoio con angelo e la città giudea, su un intonaco grigio chiaro si vedrà uno sfarfallio di «coriandoli» arancioni, bruni, rossastri, azzurri a evocare flebilmente forme ricomponibili attraverso la memoria o una fotografia. Sopravvive una parvenza dell'evangelista, come un segno di quei lutti e del disastro, ma aspettate a leggervi solo una sconfitta dell'uomo contro la potenza della natura: qui i medici dell'arte hanno sperimentato metodi di lavoro, hanno provato a ricomporre come puzzle giganteschi e lacunosi immagini frantumante in decine di migliaia di frammenti. Hanno insomma ampliato gli orizzonti della scienza del restauro nella basilica elevata a glorificare Francesco con un fulgore che a fine '200 una frangia dei frati giudicò eccessivo per il santo dei poveri ma che, come usa dire, ha dato l'abbrivio alla moderna pittura occidentale. A riassumere la vicenda è Giuseppe Basile, direttore dell'Istituto centrale del restauro di Roma, responsabile del restauro pittorico alla guida di studenti in beni culturali e restauratori molto specializzati. In uno degli ultimi sopralluoghi si arrampica là dove tocca letteralmente il cielo della chiesa con un dito e sente il lieve brusio dei visitatori salire dal basso. Ripensa a quando, subito dopo il crollo della vela di Cimabue, capì che le persone rimaste sotto quei detriti erano morte e come discusse animatamente con i vigili del fuoco affinché ammucchiassero con cura quelle decine di migliaia di frammenti. «La decorazione pittorica nella basilica superiore è di cinquemila metri quadri, le storie francescane di Giotto, sulle pareti, ne occupano 280, ma non subirono danni, mentre dalla volta crollarono 180 dei 1.500 metri quadri di superficie dipinta. L'intera volta risultò tagliuzzata da lesioni lunghe, complessivamente, ben 30 chilometri. Non c'era un brano che non fosse lesionato. Anche perché le scosse proseguirono fino al giugno '98 e furono circa 10 mila. La situazione sembrava senza uscita. Puntellare la volta era troppo pericoloso, per cui la ancorammo con ganci fissati al tetto e creammo ponteggi pensili, anch'essi ancorati al tetto». Non mancarono intoppi mediatici. «Si diffuse una notizia infondata, ripresa da un celebre documentario di Zeri, secondo la quale i crolli erano avvenuti perché negli anni 50 un'imbracatura in cemento intorno al tetto aveva sostituito il legno. Non era vero». Nel sottotetto c'erano invece detriti, e questi precipitarono. «Dapprima - continua Basile - bisognava consolidare quei 30 chilometri di affreschi. Usammo iniezioni di malte create apposta per noi che si richiudono in cinque mesi invece di iniettarle con siringoni, dove bastava una settimana. Così l'intervento era più efficace, ne avevo la responsabilità, ma c'era il rischio che crollassero le volte. Se accadeva finivo in galera, la notte non dormivo proprio». La riapertura della chiesa prima del Giubileo, il 28 novembre del 1999, fu una robusta iniezione di fiducia: «Dimostrò a chi non lo credeva che un restauro era possibile». Restavano gli affreschi da ricomporre. Come? «Abbiamo salvato 300 mila frammenti di cui 100 mila della controfacciata e 200 mila delle vele. Li abbiamo riattaccati su superfici mobili in laboratorio usando come riferimento gigantografie in scala 1:1». Lasciando però dei vuoti. I restauratori non hanno integrato le parti assenti delle figure e delle architetture con il «tratteggio », o «rigatino», il procedimento ideato da Cesare Brandi che a una certa distanza dà l'impressione di ricomporre la zona mancante ma che, visto da vicino, si identifica chiaramente come intervento a posteriori. «Non abbiamo usato il tratteggio perché a 22metri d'altezza non lo si può distinguere - spiega Basile -. Inoltre nelle pitture della basilica ci sono ampie lacune, precedenti al terremoto, per cui avremmo suscitato l'errata impressione che dove il sisma aveva colpito era tutto a posto mentre altrove restavano i vuoti. Allora abbiamooptato per l'abbassamento ottico: abbiamo agganciato i frammenti di pittura su un intonaco meno chiaro del solito altrimenti vi scomparivano dentro. Così si vedono i danni però in qualche modo a distanza si delinea l'immagine. Lo riconosco, è una sfida ». Quella miriade di «coriandoli» i restauratori l'hanno agganciata su un intonaco steso su un materiale insolito, leggero, curvo, estraibile e appositamente sagomato: è quello delle carlinghe d'aerei. Il dramma è che le zone più significative diMatteo, come il volto, sono scomparse. «Della scena dipinta da Cimabue intorno al 1288-90 abbiamo ricollocato un 20-25, circa 25 mila frammenti. Credo che il santo si debba dare per perso. Ne restano tracce come reliquie». L'ipotesi di ridipingervi un falso? «È stata discussa in convegni e scartata». La vicina vela stellata però l'hanno ridipinta. «Sì, ma in modo che si capisca che è stata rifatta. D'altronde fu ridipinta nell' 800, è meno importante, inoltre era quasi monocromatica, d'azzurro e verde: noi ricollochiamo i frammenti solo se siamo sicuri del loro punto preciso (gli altri li conserviamo tutti perché in futuro non si sa mai) e questi avrebbero richiesto un lavoro sterminato, folle. Non potevamo lasciare questa mancanza così forte lì, sopra l'altare». La sensazione è netta: quel che poteva essere fatto, anzi di più, è stato fatto. Però dal soffitto della chiesa piovono luci troppo potenti: un po' oscurano la vista delle volte e, per quanto alcune restino ferite, è un peccato. ----------------------------------------------------------- Sui frammenti pittorici della basilica di Assisi si sono accumulate, dal '97 a oggi, 160 mila ore di lavoro con una spesa pari a 9miliardidi lire. La chiesa e il sacro convento appartengono al Vaticano, ma ogni intervento è stato a carico dello Stato italiano - così volle l'allora ministro per i Beni culturali Veltroni - con una spesa pari ad altri 71 miliardi di lire per le architetture,piazza inclusa. Il direttore dell'Icr Giuseppe Basile rivela che nel corso del restauro pittorico hanno scoperto che, diversamente da quanto si sapeva, Cimabue non dipingeva solo «a secco»: conosceva anche il dipingere «a fresco» che impiegò nelle testine degli angeli e nelle fasce decorative nella vela degli Evangelisti. ste.mi.