"Siamo noi ad esservi grati per averci permesso di rimettere assieme frammenti della storia culturale ed umana di Paolo, di dare continuità alla memoria, che, ironia della vita, ci porta a riscoprire, aspetti, accenni, passaggi delle persone care quando queste non ci sono più. Un modo per guardare al futuro a testa alta pensando che questo momento buio presto passerà». La signora Giovina Volponi, vedova dello scrittore Paolo, con queste parole pronunciate con le spalle rivolte alla platea per nascondere la commozione e lo sforzo nel superare la riservatezza, ha ringraziato quanti .affollavano la grande sala di Palazzo Ducale interrompendo un applauso che sembrava infinito al termine della cerimonia per la Donazione da parte sua e della figlia Caterina alla Galleria di Urbino di otto tele secentesche di Salvator Rosa, Mattia Preti, Battistello, Jusepe de Ribera, Gentileschi, Reni, Schedoni e Guercino che si aggiungono ai dipinti e ai capolavori, tredici tavole, della prima Donazione voluta da Paolo Volponi nel '91 in memoria del figlio Roberto, morto in un incidente aereo al ritorno da Cuba, oggi esposte in due sale contigue così. Gesti di profonda sensibilità e di immensa generosità che oltre ad arricchire il patrimonio culturale del Paese portano con sé un messaggio di alto valore etico. La cerimonia, introdotta con coinvolgente trasporto dal Soprintendente di Urbino Paolo Dal Poggetto, a cui sono seguiti gli interessanti e appassionati interventi dei Soprintendenti di Roma Claudio Strinati e di Napoli Nicola Spinosa, è terminata con la visita guidata alle opere. Opere che oggi sono state anche raccolte in un raffinato catalogo dei Quaderni della Soprintendenza di Urbino arricchito dalla testimonianza di Enzo Siciliano che dell'amico Paolo scrive: «Amava la pittura e le parole le usava come i pittori adoperano la materia, gli oli. Quando Paolo scriveva a me tornavano in mente quegli immaginosi italiani rinascimentali alla Giordano Bruno che non sapevano far altro che rappresentare scrivendo, ragionare dipingendo, cavando dai concetti le forme plastiche della vita, loro stessi naturalmente ubriacati dalla vita». Scriveva Volponi nel Corporale: «Non ho un Brueghel: mi piacerebbe ma non ce l'ho. Preferisco il '600 pieno di uomini e di animali e di quel grande animale uomo che è la passione». La passione nella scrittura come nella poesia, nella «vertiginosa pazzia e nell'estasi davanti alle tele da acquistare» e nella politica, dove la passione camminava accompagnata dalla coerenza. Come accadde nel '75, quando gli dissero che la dichiarazione di voto al Pci contrastava con la sua permanenza alla Fondazione Agnelli e lui si dimise senza esitazione, posizione che confermò anche quando dopo la clamorosa avanzata del partito gli fu chiesto di ripensarci. Frammenti di una memoria che «dalla mia Urbino dove sono nato dentro le mura ho imparato ad amare la pittura negli orizzonti raffaelleschi dell'ultimo cerchio, in quegli alberelli trepidi e soli, testimoni di umanità» diviene patrimonio di ognuno di noi.