Gli Istituti Italiani di cultura all'estero formano un organismo prestigioso che dovrebbe avere un ruolo molto importante. Essi hanno lo scopo di promuovere la conoscenza della nostra arte, della nostra letteratura, della nostra lingua nel mondo. Dipendono dal Ministero degli Esteri e sono validamente affiancati da una società non governativa, la «Dante Alighieri», attualmente presieduta dall'ex ambasciatore Bruno Bottai, la cui azione è molto estesa e penetrante perché si articola anche su centri autonomi formati ovunque da stranieri che amano molto l'Italia e la sua cultura. Per contrastare la burocratizzazione dagli incarichi affidati a funzionari del Ministero (magari letterariamente non molto brillanti), nel 1990 il ministro Gianni De Michelis promosse e fece approvare una legge che consente alla Farnesina di designare dieci intellettuali di chiara fama, al di fuori della carriera ministeriale. Naturalmente costoro sono stati inviati nelle sedi internazionali più prestigiose in Europa e in America, con esiti disastrasi. Lo stesso sistema di potere culturale gestito dalla sinistra che ha occupato scuole, università, case editrici, pubblicazioni di ogni genere, ha approfittato di questa apertura per estendersi anche all'estero. Da Londra a New York, da Parigi a Bruxelles, gli Istituti italiani di cultura sono diventati centri di propaganda del pensiero unico postcomunista e ulivista, con chiusure ermetiche: ricordo che quando fu avanzata per la sede di Parigi la candidatura del medievista Franco Cardini, uno dei nostri studiosi più seri e brillanti, ci fu una sollevazione intellettuale per sbarrare il passo a un candidato che aveva tutti i titoli, ma anzitutto il torto decisivo di non essere di sinistra. Ora, con il governo di centrodestra, le cose cominciano a cambiare, e ovviamente è subito scandalo, si levano al cielo gli strilli e le lagne, di cui l'«Espresso» si fa addolorato portavoce. È grave, per esempio, che alla sede di Bruxelles sia stata mandata Pia Luisa Bianco, collaboratrice del «Foglio», quindi di destra, per sostituire una certa Sira Miori. Qual è la colpa della poveretta rimandata a casa? Oh, una sciocchezza: ha invitato a parlare nel suo Istituto l'ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli, quello che ha pubblicato un libro per polemizzare con l'assoluzione in primo grado di Andreotti dall'accusa di collusioni con la mafia, mentre era pendente l'appello (che poi ha confermato l'assoluzione). Che cosa c'entrano Caselli e la sua faziosità con la promozione della nostra atte, della nostra letteratura, della nostra lingua? Assolutamente nulla; ma l'« Espresso» avrebbe preferito che la Miori rimanesse al suo posto, magari per organizzare, durante il semestre di Berlusconi alla guida del Consiglio europeo, un incontro con Borrelli o con Ilde la Rossa. Ci sarà un salutare cambiamento anche nella prestigiosa sede di Parigi, il cui incaricato attuale Guido Davico Benino dichiara di volersi dimettere perché ne ha abbastanza «di questo clima di sinistrofobia totale». Certo, lui preferirebbe la permanenza eterna e intangibile della «destrofobia» rasentante persino l'offesa delle istituzioni italiane. Difatti Davico Donino ha organizzato a Parigi una mostra di disegni di Altan in cui campeggiava la vignetta del cav. Silvio Banana. Bella maniera di propagandare all'estero il buon nome dell'Italia. Ben venga dunque un'iniziativa forte e decisa che riporti gli Istituti di cultura alla benemerita attività per cui furono creati.