Ercolano. Quel venerdì di poche settimane fa, alle 15.30 a Ercolano, il capo operaio Francesco Veneziano, accanto alla Basilica di Nonio Balbo, ripuliva parte della scarpata, per metterla in sicurezza, e restituire ai visitatori un altro pezzo di scavi; sono ricomparse anche le colonne, alte 13 metri. Ha capito subito: da un frammento colorato della chioma, che spuntava dalla terra. Arri vano di corsa l'archeologo Mimmo Camardo e l'architetto Paola Pesaresi: restano interdetti; il project manager Jane Thompson e la restauratrice Monica Martelli Castaidi, lo sanno per telefono, e pensano ad uno scherzo. «Da 10 anni, Ercolano non restituiva sculture policrome: dalle due trovate nella Villa dei Papiri», dice Piero Guzzo, soprintendente di Pompei. Sono molto rare: le statue trovate nel '700, ripulite e lavate, le vediamo "in bianco e nero". Adesso, questa Testa d'amazzone la trattano con immensa cautela: svolgono ben tre strati d'ovatta, e in esclusiva, la mostrano a Il Messaggero e al Times. E' alta quasi mezzo metro, marmo pentelico; le manca il naso, ma ha i capelli ancora colorati; anche un occhio è pieno di tinte e cure: disegnate, a colori, pupilla, ciglia, sopracciglia. Chissà chi era questa donna, ritornata al mondo dopo 2.000 anni, e remota parente di David Packard, figlio d'un padre del computer (la marca Hp? Un Packard e un Hewlett), che ha studiato greco e latino, insegnato filologia, ed ora fa il filantropo: è stata infatti trovata per merito suo. Perché Ercolano e Pompei, due dei massimi siti archeologici, sono tenuti in vita, e tornano visitabili, grazie a Fondazioni come la sua: fosse per le risorse che lo Stato dedica loro, sarebbero moribondi. Questa storia di città sepolte, d'uno Stato che lesina loro i quattrini, e dei privati che invece le soccorrono, è tutta da raccontare. E anche da meditare. Un paio di mesi fa, alla Soprintendenza di Pompei una legge ha tagliato le risorse di ben 30 milioni di euro. «Noi ne incassiamo circa 20 all'anno», dice Guzzo. D'accordo che al personale (800 anime) provvede lo Stato (ma in due anni, 50 in pensione, di cui 34 custodi; e nessuno sostituito); però quale azienda mai non porterebbe i libri dal giudice, se la privassero d'un anno e mezzo di fatturato? «Invece, a noi è vietato», sorride il soprintendente; «quindi facciamo in un altro modo». Il World Monument Fund, la Fondazione Packard, quella che s'intitola Restoring Ancient Stabiae (nata da un cittadino di Castellammare, capitato poi all'Università del Maryland), la Compagnia di San Paolo e altri enti no profit ancora: «Hanno finanziato restauri e mostre: una, sul Parco archeologico di Stabia, è andata a Washington, San Diego e Reno, nel Nevada; ma, soprattutto, redatto piani e progetti di recupero, e manutenzione. La legge mi impone 91 passaggi burocratici, per compiere un restauro. E un "rup" per ogni cosa. Il "rup" è il Responsabile Unico di Procedimento: io ho 12 archeologi, sei architetti e altrettanti geometri per oltre duemila cantieri. Come si fa? Soltanto per riportare Pompei, Ercolano e Stabia a un elementare stato di decenza, servirebbero tra 250 e 300 milioni di euro, pari a 15 anni d'incassi». Invece, il Governo gliene toglie uno e mezzo. Il Packard Humanities Institute opera con la British School di Roma: con loro, per la prima volta e grazie a una legge del 2004, la soprintendenza ha stipulato un contratto: essa svolge tutti i propri compiti scientifici e di tutela, e di quelli amministrativi s'occupa lo "sponsor", che velocizza perfino le procedure; è un modello da applicare. «Dal 2002, abbiamo speso oltre 3 milioni di euro; mister Packard è venuto qui ed era entusiasta; ora pensa a una Foundation in Europa, e forse a una in Italia. Ha numerosi interventi: in Albania, a Butrinto, Turchia, Grecia e Ucraina; non chiede ritorni d'immagine, però verifica come si spende. La nostra valutazione di quanto serve, solo come intervento minimo, a Ercolano, varia dai tre a cinque milioni l'anno, per cinque anni», dice Jane Thompson, gallese, a capo di 15 consulenti e oltre 40 operai. Loro, da tre anni diserbano; mettono in sicurezza; riaprono case, strade e luoghi, chiusi da anni; voli quotidiani di falchi difendono il sito dagl'infestanti piccioni; si sono ricollocate le reti, che impediscono loro d'entrare nelle case; tolta un'incredibile quantità di fili elettrici inutili e abbandonati; e tante scoperte. Riaperti così al pubblico 1.600 metri quadrati: «Gli scavi antichi, di Amedeo Maiuri, erano fatti assai bene; ma dagli Anni 70, è mancata ogni manutenzione: e troppo s'è richiuso»; poco tempo fa, un bel tratto del Decumano Maggiore era ridotto a una strettoia d'appena un metro; ma 30 anni fa, esisteva un mosaicista fisso. Sono interventi "leggeri", e "d'urgenza": «Vorremmo creare "protocolli di manutenzione", validi anche per altri siti». Prima si poteva procedere solo per piccole e precarie perizie di spesa: con riparazioni puramente di tampone, quindi talora perfino brutte e di breve durata. Lasciando lo scavo, qualcuno spiega mille problemi. Non si sa nemmeno se si farà "Pompei di notte". La manifestazione esisteva da tre anni: da subito dopo Pasqua; anche per il 2006 sono giunte le prenotazioni, ma il city manager non ha ancora indetto la gara. Per un anno, la Corte dei Conti non ne ha registrato la nomina; direttore onorario del museo di Mondragone, lui era compagno di scuola d'un ministro di An (e An ha subito presentato interrogazioni, con accuse poi smentite dalle inchieste, contro il soprintendente). Delle 25.619 aree abitate e scavate ad Ercolano, un quinto sono coperte: ma metà di loro richiedono riparazioni. La città è scavata al 50 per cento: sopra, c'è quella nuova Pompei, invece, per due terzi «Un anno fa, nemmeno metà di questa parte era visitabile; e ancor'oggi, molte case sono aperte soltanto per i gruppi prenotati», spiega Guzzo. Chi mai, possedendo un patrimonio simile, lo (mal)tratterebbe così? Se lo Stato non se ne cura per fortuna arrivano i Packard.