"Io, tombarolo per quarant'anni una legge la mia migliore alleata" 'Erano soprattutto i contadini a segnalarci i ritrovamenti" "Temevano che avvertendo le autorità scattasse la confisca della loro terra" IL LAVORO della terra può dare frutti inaspettati. Soprattutto se la terra in questione è stata abitata da civiltà antichissime, tra le cui abitudini c'era anche quella di seppellire assieme ai propri defunti i beni posseduti in vita. Tombe, monili in bronzo, monete d'oro, d'argento e anche di cuoio, tesori sotterranei che hanno fatto la fortuna di generazioni di "predatori". «La Sicilia è ricca di queste cose», racconta un tombarolo che si è ritirato dopo 40 anni di mestiere senza pentimenti. Secondo quali criteri sceglieva di scavare in una zona piuttosto che in un'altra? «La scoperta poteva essere fatta da un contadino durante una normale giornata di lavoro. Spesso accadeva che arando con il trattore o dissodando la terra con la zappa venissero fuori oggetti importanti, di un certo valore. A quel punto il contadino cer-cavaun contatto con chi era esperto del mestiere. Il silenzio era garantito: il contadino preferiva trattare con un tombarolo anziché denunciare la scoperta a carabinieri o polizia, perché correva il pericolo di perdere il suo appezzamento di terreno. In questi casi, Io Stato passa alla confisca e senza un compenso adeguato. È così che hanno permesso di depredare la nostra terra in lungo e largo». In quali zone ha lavorato di più? «Nel Palermitano, si preferivano Mezzojuso e Piana degli Albanesi. Trent'anni fa la Piana è stata svuotata per l'80 per cento. Oggi è rimasto qualcosa, orecchini e altri piccoli reperti, ma nessuno se ne interessa più, si corre il rischio di finire in galera per oggetti di scarso valore. Anche Piazza Armerina era uno dei siti più ricchi. Adesso quelle zone sono super controllate, persino dal satellite. Invece, è praticamente impossibile essere presi con le mani nel sacco nei siti ancora sconosciuti». Come avveniva il recupero dei monili? «Il momento migliore per agire è dopo una giornata di pioggia abbondante. L'acqua modella il terreno ed è più facile vedere qualcosa contro luce». Cosa accadeva tecnicamente? «Qualcuno si metteva a valle, lungo il costone di un monte o in una zona collinare e al tramonto era possibile vedere la traccia della tomba. A quel punto si cominciava a scavare». Quali erano gli attrezzi del mestiere? «Pale, picconi, il setaccio per separare gli oggetti dalla terra e il pennello se si trattava di roba «figurata», cioè vasi o scodelle decorate con immagini. A quei reperti si faceva più attenzione perché sul mercato hanno un valore maggiore, diverso dalla mercé «rigata», segnata da un cerchio rosso o con un riga marrone. In quel caso si tratta di arte popolare, quindi povera». In quanti eravate a scavare? «Di certo non ero solo. Quando si apre una tomba bisogna stare attenti a fare uscire i gas che respirati provocano malori. Le tombe peggiori sono quelle "a parete", mostruose. Sono state scavate dentro l'incavo della montagna e nel tempo sono diventate un unico blocco, senza alcuno spiraglio per il passaggio dell'aria. Non si usano maschere o altro tipo di protezione, per questo motivo bisogna andare in gruppo. Eravamo un'equipe». La merce recuperata dove veniva venduta? «Dopo lo scavo, i reperti venivano fotografati e si sceglievano i pezzi migliori per farne un campionario. Poi si partiva per Roma e a Porta Portese si concludeva l'affare. Era sufficiente andare un a prima volta, mezza giornata, per trovare il contatto giusto: una persona istruita, che se ne intende, e la merce era venduta». Quali erano le cifre? «Il contadino che faceva la scoperta non guadagnava nulla, rischiava l'esproprio e pur di difendere la propria terra, stava zitto. La cifra più grossa che ho guadagnato è stata di 20 milioni. Ma il vero business lo gestisce chi trasferisce la mercé all'estero. Lì viene pagata profumatamente». E la cosa più bella che ha trovato? «I reperti migliori erano quelli di periodo greco. Adesso però è tutto diverso. Certi piccoli oggetti in bronzo, eccezionali, e monili in pasta di vetro, bellissimi, ormai non se ne vedono più in giro».
Un "predatore di antichità" racconta la sua storia: "La Sicilia per noi era una miniera d'oro"
Un tombarolo di 40 anni di esperienza racconta la sua storia. Ha scavato tombe in diverse zone della Sicilia, tra cui Mezzojuso e Piana degli Albanesi. I contadini spesso segnalavano le scoperte ai tombaroli, ma temevano la confisca della terra. Il tombarolo sceglieva le zone da scavare in base ai criteri della presenza di oggetti di valore. La merce recuperata veniva venduta a Porta Portese a Roma, dove veniva scelta la merce migliore per farne un campionario. Il tombarolo ha guadagnato 20 milioni di euro, ma il vero business lo gestisce chi trasferisce la mercè all'estero. I reperti migliori erano quelli di periodo greco.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo