MESTIERI DIFFICILI I RESTAURATORI DEI BENI ARTISTICI Stipendi risicati e lavoro duro. Eppure centinaia di giovani entrano nelle scuole di Roma e Firenze. Da dove escono professionisti che vanno in tutto il mondo: Pechino e Bagdad, Algeri e Versailles Malpagati e senza posto fisso. Ma qualificati e indispensabili in un Paese dove è concentrato il 60 del patrimonio artistico mondiale. I restauratori italiani sono una famiglia anomala: si formano nelle migliori scuole, coordinano progetti prestigiosi e sono apprezzati capicantiere all'estero, dalla Giordania alla Siria, dalla Croazia agli Stati Uniti, eppure vengono snobbati proprio quando giocano in casa. Alcuni si dedicano agli affreschi, al legno, ai monumenti scultorei, ai gioielli, altri si sono specializzati in edifici, architetture industriali, stazioni. All'inizio di marzo la categoria ha fatto uno storico passo avanti con l'approvazione della modifica del Codice dei beni culturali, la controversa legge Urbani. Dopo anni di attesa, il Parlamento ha istituito l'elenco dei restauratori ed equiparato alla laurea il diploma conseguito nelle scuole statali, mettendo fine a una situazione di ambiguità che impediva di distinguere il professionista vero da chi ha frequentato un corso di restauro per pochi mesi. Ma i fondi stanziati dal ministero per i Beni e le attività culturali sono puntualmente insufficienti, mentre la legislazione che incentiva la sponsorizzazione dei privati è d'impiccio più che d'aiuto. Peccato, perché il restauro di opere d'arte rimane un business dalle grandi potenzialità. Il settore conta 30 mila addetti, per la maggior parte donne (80) e giovani (età media 32 anni), ma sono appena un migliaio quelli che si spartiscono la fetta pregiata della torta: i cantieri delle Soprintendenze. A Firenze, che con Roma è il centro più importante, il giro d'affari non supera i 20 milioni di euro, alimentato per metà da collezionisti e antiquati, e per l'altra metà da sponsor, enti locali e ministero. Ma sono cifre ridicole di fronte alla quantità di interventi immediatamente necessari sulla carta. All'estero, i team dì restauro italiani si distinguono per preparazione e autorevolezza degli interventi. Quello di Cinzia Pasquali, formata all'Istituto centrale per il restauro (Icr) di Roma e fresca di un corso di specializzazione in pulitura dei dipinti a partire dagli enzimi, è impegnato a lucidare i 700 metri quadrati della Galleria degli specchi del palazzo di Versailles. Dopo essersi occupata, tra l'altro, delle immense pitture del duomo di Napoli, il suo compito è ora di riportare all'antico splendore pitture, sculture e dorature della volta della Galerie des glaces, appunto. Il cantiere, che raccoglie 60 tecnici, chiuderà nel 2007, per un costo complessivo di 12 milioni di euro. Tredici allievi della Scuola dì alta formazione dell'Icr, coordinati dall'architetto Stefano D'Amico, hanno invece partecipato ai lavori di pulitura e restauro dei manufatti lignei e lapidei della Città proibita di Pechino e sempre gli italiani, prossimamente, restaureranno una porzione della Grande muraglia. Luciano e Osvaldo Maggi, eredi di una famiglia veneta che lavora la pietra dal 400, faticano da sei mesi sul sarcofago di Bellerofonte e sulla statua di Demetra del Museo nazionale di Algeri, ma in curriculum hanno anche le facciate esterne del Duomo di Verona, il progetto pilota dell'Arena e la cripta Baldi a Roma. In Kosovo si ricostruiscono moschee distrutte dalla guerra, in India si curano i siti buddhisti di Ajanta ed El-lora. In Iraq, dove ci si è dati da fare per riaprire il Museo archeologico nazionale, è stata determinante l'opera di Giovanni Curatola, docente di archeologia e storia dell'arte musulmana all'università di Udine chiamato, per il suo elevato grado di specializzazione, a rimettere in funzione il Museo nazionale iracheno di Bagdad e a coordinare un team incaricato del censimento del patrimonio della provincia del Dhi qar. Luciano Formica, classe 1947, in 30 anni di carriera ha lavorato dappertutto. Dal 1968 al 1972, per incarico della Soprintendenza, agli Uffizi, a palazzo Pitti e al museo del Bargello, dove ha seguito il restauro del San Giorgio di Donatello, della Madonna con Bambino di Luca della Robbia e della cera del Perseo di Cellini. A Milano ha diretto i cantieri del Duomo di Monza, del Duomo di Corno e dell'abside del Duomo di Parma, delle sculture di Benedetto Antelami al Duomo di Fidenza, dei bronzi dell'Arco della Pace, del ciclo di affreschi di Lorenzo Lotto a Bergamo, dell'Arena di Verona. A Parigi, invece, ha eseguito i lavori di consolidamento dell'Arco di Trionfo. Più tecnologica l'attività di Giovanni Villa, 35 anni, storico dell'arte torinese che si è proposto di scandagliare con la riflettologia a infrarossi l'intero corpus pittorico di alcuni artisti o intere sezioni di musei per approfondire la tecnica degli antichi maestri. Dopo aver studiato le opere attribuite a Giovanni Bellini, nel 2000 ha chiesto aiuto al fisico Gianluca Poldi. «Insieme», racconta Poldi, «abbiamo ottenuto l'appoggio delle università di Bologna, Milano e della Normale di Pisa, sviluppando le strumentazioni per indagare ciò che è invisibile a occhio nudo sulla tela, cioè l'underdrawing, lo schizzo su cui il pittore dipinge. Abbiamo alle spalle un migliaio di quadri de-crittati tra il Louvre, il museo di Stato di Berlino, la Scozia e la Francia con la tecnica della spettrografia a riflettanza. Più della metà sono opere quattrocentesche di area lombarda: oltre a Bellini, Mantegna, Bartolomeo Montagna, Lorenzo Lotto, poi Giorgione e Tiziano». Fuori dagli schemi classici, invece, i restauri che nei prossimi mesi interesseranno alcune delle principali stazioni italiane. A Milano Centrale, dove Grandi stazioni e Rfi hanno finanziato, complessivamente, lavori per 104 milioni di euro, il team guidato da Paola Villa ripulirà gli ambienti e ripristinerà pavimentazioni, vetrate, intonaci e decorazioni. «Stipendi a parte, la professione mantiene un appeal straordinario», sottolinea Pinin Brambilla, una delle protagoniste del restauro in campo internazionale e responsabile dell'intervento conservativo sul Cenacolo di Leonardo. Pur sapendo di essere condannati a basse retribuzioni (vedere box a pagina 94), i giovani continuano così a iscriverai alle scuole professionali per seguire le orme di maestri come Gianluigì Co-lalucrì, Bruno Zanardi. Carlo Gian-tornassi. Giovanna Martelletti e lo scomparso Sergio Angelucci, autori dei restauri della Cappella Sistina, della Colonna Traiana, del Duomo di Orvieto, oltre che delle opere di Antelami, Giovanni Pisano, Gioito, Beato Angelico e Caravaggio. Nei principali luoghi di formazione italiani, l'I-cr di Roma e l'Opificio delle pietre dure (Opd) di Firenze, il settore dei dipinti è il più richiesto ma anche il più inflazionato, mentre nel settore architettonico quasi tutti trovano occupazione. Fondato nel 1939 da Cesare Brandì, lo storico dell'arte che ha posto le basi teoriche del restauro moderno, l'Istituto centrale per il restauro è diretto da Caterina Bon Valsassina. Massimo Bonelli coordina invece la Scuola di alta formazione che rilascia il diploma di restauratore dei beni culturali al termine di un corso quadriennale. In 60 anni di attività ha sfornato 900 professionisti. Oltre a prestare consulenza al ministero e alle Soprintendenze per la conservazione e il restauro del patrimonio culturale, l'Icr effettua restauri per interventi di particolare complessità e ha cantieri aperti in Italia praticamente in tutti i principali siti archeologici e artistici, mentre all'estero è in Siria, Kosovo e a Berlino. I settori di intervento dell'Icr sono ampi: si va dal monitoraggio della torre di Pisa alle indagini biologiche compiute sui materiali, allo studio delle vernici per proteggere i monumenti dai graffiti. L'Opificio delle pietre dure, tra i più prestigiosi istituti di restauro al mondo, conta oggi 140 dipendenti ed è l'unica istituzione in Europa ad avere 50 restauratori, sei storici dell'arte, un archeologo, sette esperti scientifici e quattro fotografi. «Nel 1966, con l'alluvione di Firenze, l'Opificio ha acquisito visibilità internazionale e ha fatto un ulteriore salto di qualità», spiega la soprintendente Cristina Acidini. Da quando è stata eretta, nel 1975, la Scuola dell'istituto, diretta da Maurizio Michelucci, ha sfornato 450 restauratori, 15 all'anno. «Sono giovani che alla fine degli studi lavorano principalmente nel privato oppure vengono assunti in ditte specializzate nell'edilizia storica», dice Acidini. Arazzi, tappeti, archeologia, bronzi e armi antiche, dipinti, affreschi, marmi, terre-cotte, sculture e gioielli: non c'è materiale o settore in cui l'Opificio non sia presente con laboratori e cantieri. Una parte dell'attività si svolge all'estero, sia sotto forma di cantieri operativi che di consulenze tecnico-scientifiche. Infine c'è il corso di laurea in Tecnologie per la conservazione e il restauro dei beni culturali dell'Università di Urbino. La scuola, fondata da Zanardi, a sua volta allievo dell'Icr, vanta i migliori laboratori universitari per lo studio delle opere d'arte. Qualcuno degli ex allievi ha fatto strada mettendosi in proprio. È il caso di Antonio Iaccarino Idelson, diplomato all'Icr nel 1993 sulle tarsie lignee, e passato poi ai dipinti. La sua specialità è lo studio dei materiali pittorici. Dopo essere stato per sei anni socio della romana Cbc cerca sul comportamento meccanico delle tele esposte all'umidità. Poi con un socio ha aperto Equilibrarte, l'azienda con cui ha prodotto e brevettato un sistema di tensionamento elastico per ovviare al problema della deformazione. I telai speciali e i supporti usati per gli affreschi delle volte di Assisi escono da qui. Tira gli ultimi incarichi, il restauro delle sale di palazzo Madama a Torino. Anche Laura Bianchi è diplomata Icr, ma con una tesi in arte contemporanea dedicata al trio di artisti romani Mario Schifano, Fabio Mauri e Franco Angeli. Dal 2003 è stata assunta dalla Cbc restauri per lavorare nel cantiere di San Francesco ad Assisi: suo compito è riposizionare i frammenti dei dipinti di Cimabue crollati durante il terremoto del 1997. A patto di grossi investimenti, il restauro può diventare anche un business. A Milano nel 2004 ha aperto Open care, la prima società europea a offrire soluzioni integrate per la gestione, la valorizzazione e la conservazione del patrimonio artistico. L'operazione (costata 13 milioni di euro) è stata curata per conto della Bastogi di Marco e Matteo Cabassi dal quarantacinquenne Fabrizio Crespi Morbio, che ha trasformato lo storico spazio dei Frigoriferi milanesi in una casa di cura per i capolavori dei privati. Con 2,2 milioni di capitale sociale, 70 dipendenti e 3 mila contratti già all'attivo, Open care ha chiuso il primo anno con 5 milioni di utile. Il piano industriale prevede l'apertura entro il 2007 di nuove sedi a Roma, Bologna e nel Veneto, poi Parigi e Zurigo. L'idea di fondo del progetto è di riunire in un unico luogo servizi su misura per il mondo dell'arte finora frazionati tra diversi operatori. Il laboratorio di restauro per dipinti e affreschi è diretto da Isabella Villa-franca Soissons, laureata in Restauro architettonico al Politecnico di Torino e diplomata in restauro dipinti all'Istituto per l'arte e il restauro di Firenze. Annamaria Mo-rassutti, diplomata all'Opd di Firenze, si occupa di restauro degli arazzi, Giuseppe Bererri degli arredi lignei, Luisella Belleri, per 25 anni braccio destro dell'antiquario John Eskenazi, dei tappeti, mentre Nello Paolucci, dopo aver lavorato con aziende del settore elettrico e con l'Istituto di Fisica dell'Università degli Studi di Milano, dirige il laboratorio di restauro degli antichi strumenti scientifici. Il gioiello è però il Dipartimento di analisi scientifiche, diretto da Poldi e Villa (recentemente acquisiti come consulenti), un centro di ricerca unico nel panorama italiano in grado di offrire a privati sia indagini utili al restauro sia consulenze conservative su beni di interesse storico-artistico. ALLA CATEGORIA E APPLICATO IL CONTRATTO DEGLI EDILI Ma la paga è come quella degli imbianchini Salvo eccezioni, di restauro si campa a stento, li contratto collettivo di categoria, che è ancora quello degli edili (30 euro all'ora), equipara formalmente lo specialista di mosaici all'imbianchino, mentre nelle gare d'appalto gli studi privati sono costretti a giocare al ribasso. Un esempio: per riportare all'antico splendore un affresco, servono 300 euro al metro quadrato e un giorno intero di lavoro, ma in condizioni di forte concorrenza i prezzi possono dimezzarsi. Leggerine, di conseguenza, anche le buste paga: nel pubblico un giovane neo diplomato non guadagna più di 1.200-1.400 euro, l'aiutante dagli 800 ai 1.000, mentre k specialista con vent'anni di servizio ne prende 2.500. Il discorso cambia per il restauratore di fama internazionale, per la retribuzione è stabilita dal mercato.
Il Mondo
24 Marzo 2006
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Chi rifa il look a statue e quadri. I restauratori dei beni artistici
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Matteo Scanni
Il Mondo
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