L'Italia è il Paese che vanta il maggior numero di tesori architettonici e artistici al mondo. Un inestimabile patrimonio culturale sempre più minato, però, dalle ingiurie dei secoli e dall'incuria. L'ultima vittima illustre, stavolta dell'inverno particolarmente piovoso, e stata a Roma la Domus Aurea, la celeberrima reggia di Nerone, aperta solo dal IV, e chiusa al pubblico pochi mesi la per il rischio di crolli causali da infiltrazioni d'acqua. Rappresentava il terzo sito archeologico più visitato di tutta la capitale, dopo il Colosseo e le Terme di Caracalla, con mille presenze giornaliere; e resterà inagibile almeno per due anni. Ma sono moltissimi i monumenti nel Belpaese che versano in gravi condizioni, per i quali tuberebbero restauri immediati. E puntualmente qualcuno ricorda che, ancora nel 1992, era stalo avviato un ambizioso progetto, dal nome "Carta del rischio del patrimonio culturale". È una sorta di mappatore dei beni monumentali e archeologici di tutt'Italia e relative condizioni di "salute", a cura del ministero dei Beni culturali e dall'Istituto centrale del restauro (Icr), suo braccio tecnico. A che punto di realizzazione è questa enorme banca dati, finora costata 16 milioni di euro, più che mai necessaria per la programmazione degli interventi? C'è una buona notizia: «Entro aprile sarà ultimato il primo grande sviluppo del sistema e sarà accessibile al pubblico tramite il sito www.cartadelrischio.it con una gerarchia d'accessi», spiega Alessandro Bianchi, storico dell'arte del-l'Icr e coordinatore della Carta. In essa sono stati inseriti e catalogati 95.000 beni immobili di maggiore importanza (il 10 per cento consiste in monumenti archeologici), e ognuno di questi è stato "georiferito" a una cartografia digitale generale, posizionato in modo preciso e universalmente comprensibile. «L'importanza di quanto già acquisito finora nella carta è evidente: basti pensare all'utilità di essa nella ricognizione preliminare di progetti di grandi opere», osserva Giuseppe Proietti, capo del Dipartimento per la ricerca, l'innovazione e l'organizzazione del ministero. La Carta sarà a disposizione di chi ha responsabilità nella tutela del patrimonio culturale, ma anche dei cittadini e delle categorie professionali. Per esempio, un accordo con l'ordine dei notai permetterà a questi l'accesso per verificare l'esistenza di vincoli architettonici in caso di atti di compravendita. A disposizione dei notai ci sono 131.000 decreti di vincolo che riguardano 31.000 beni, per complessive 550.000 pagine, già scaricabili dal sito. La "manutenzione programmata" Ma lo scopo principale di questo sistema informativo, che è la più estesa banca dati esistente in Italia sul patrimonio culturale, è conoscere per ognuno di questi beni lo stato di conservazione, per poter programmare gli interventi dì manutenzione e restauro. «In altri termini, una volta completata, oltreché un grandioso strumento di conoscenza, la Carta fungerà da prezioso supporto decisionale», precisa Proietti, «per indicare le priorità di intervento e di destinazione delle poche risorse finanziarie di cui dispone questo settore», ovvero lo scopo per il quale fu pensata la Carta nel 1975 da Giovanni Urbani, allora direttore dell'Icr, padre della filosofia della "manutenzione programmata", mai realizzata in Italia. Insomma, la Carta. A ognuno dei 95.000 fabbricati viene attribuito un "coefficiente di vulnerabilità" che tiene conto dello stato dei materiali e della pericolosità dei fattori esterni (inquinamento, rischio sismico, frequentazione dei visitatori ecc). «Grazie a un algoritmo si è determinato un valore numerico finale e una classifica relativa ai monumenti analizzati», spiega ancora Bianchi. Purtroppo, questo "indice di vulnerabilità" è già disponibile soltanto per 407 siti archeologici e 676 monumenti architettonici. «L'implementazione delle schede, però, potrebbe essere decisamente rapida. Se si decidesse di investire, basterebbero pochi anni per completare l'opera», commenta lo storico dell'arte. Spulciando l'indice, tra i beni archeologici più a rischio figurano, per esempio, monumenti forse meno noti ma non meno preziosi, come la cinta muraria e l'anfiteatro romano di Spoleto, la "Casa del telaio" di Ercolano, il ponte romano di via Mazzini a Parma, il tempio di Iside a Pozzuoli, l'arco di Augusto di Rimini, la "tomba del Tifone" di Tarqumia, l'arco dei Gavi e il Capitolium di Verona. Tutti con indici di vulnerabilità superiore alla Domus Aurea. Roma, l'area archeologica centrale, la più importante del mondo per numero di monumenti (4 milioni e mezzo di visitatori nel 2005), presenta molti fenomeni di serio degrado oltre a quello della Domus Aurea. Per far fronte all'emergenza, la Soprintendenza archeologica della capitale ha commissionato al professor Giorgio Croci un monitoraggio dello stato conservativo, che fornisca i dati necessari per individuare gli interventi urgenti da fare nel Foro e sul Palatino, dove lo scorso novembre è crollato un muro di contenimento, per abbattere i rischi più elevati. «Ebbene», dice il soprintendente Angelo Bottini, «abbiamo scoperto che il malato è grave, ma per la terapia d'urgenza i costi sarebbero relativamente modesti: con 15 milioni di euro per quattro anni di lavori si potrebbero eliminare i grandi picchi di rischio, contro una cifra 10 volte maggiore se si volesse fare una bonifica a tappeto dell'area. Cosa impensabile perché trasformerebbe il Foro in un'enorme cantiere di lavoro, inaccessibile al pubblico per anni». I fondi sono troppo scarsi Quali sono i "malati" più gravi? «Le maggiori preoccupazioni le desta il Palatino», spiega Bottini, «un complesso molto articolato, visitastissimo ma paradossalmente poco noto e "leggibile" dal visitatore. Il 50 per cento dell'area è chiuso da decenni, come altre vaste zone del Foro sottostante. In sofferenza sono anche le terme dì Diocleziano, soprattutto le coperture delle grandi aule, e le terme di Caracalla. Per non parlare di alcuni tratti dell'acquedotto antico e alcune grandi ville nel suburbio». Ma l'obiettivo della Soprintendenza è invenire la tendenza alla chiusura delle aree: a partire dalla Casa di Augusto, mai aperta al pubblico, che in due anni potrebbe essere accessibile. Il soprintendente punta il dito contro l'esiguità dei fondi statali: «La Finanziaria destina la miseria di quattro milioni all'anno per tutte le Soprintendenze d'Italia; e i proventi della bigliettazione si sono dimostrati risorsa del tutto insufficiente per la nostra area, per la quale è necessaria una legge speciale che garantisca finanziamenti stabili». E nel cassetto è pronto un progetto di riordino e potenziamento dell'intera Soprintendenza.