Durante questo temibile quinquennio "berlusconiano", Salvatore Settis è stato sicuramente uno degli intellettuali che più si è impegnato a denunciare il grave rischio che i beni culturali ed ambientali corrono, e più in generale corre la cultura italiana tutta, dall'arte fino allo spettacolo. Docente di storia dell' arte ed archeologia alla Normale di Pisa, ha puntato l'indice contro la volontà del governo italiano di svendere un patrimonio fatto di monumenti e paesaggi e invitato l'opposizione ad essere più attenta a tematiche relegate sempre ai margini del dibattito politico. Già due anni fa conversammo con lui sui possibili effetti del decreto Urbani. «Secondo me da allora la situazione si è ulteriormente deteriorata - dice lo studioso - in primo luogo perché c'è stato un calo di fondi molto sensibile. Il governo ha tagliato gli stanziamenti per i beni culturali in modo molto pesante provocando la reazione del ministro Buttiglione, il quale però, differentemente da quanto fece Urbani, che mostrò un po'più di sensibilità, non si è dimesso.» Professore, come sono stati distribuiti questi tagli? In modo ineguale e si appuntano maggiormente sugli anelli più deboli della catena. In particolare gli archivi e le biblioteche hanno subito dei tagli pesanti, fino al 70, portando dunque queste strutture alla soglia della chiusura. E questo rappresenta sicuramente un peggioramento della situazione. Sul fronte legislativo invece lo scenario è in parte migliore e in parte peggiore. La correzione apportate al codice dei beni culturali sono, per lo più, correzioni migliorative. Per esempio è stato abolito il silenzio-assenso, che trasformava in una confessione di "non importanza culturale" di un bene quello che era soltanto un ritardo nella risposta. Un risultato importante di una battaglia portata avanti dal sottoscritto, da voi e da tante altre realtà, anche se poi nel codice rimangono delle cose che non vanno, relative al restauro o alla tutela del paesaggio. Nel complesso però la bilancia pende dalla parte positiva. Quello che è invece straordinariamente negativo è che a questa evoluzione del codice si è accompagnata una serie di altre leggi, soprattutto quelle sui condoni, sull'ambiente e una moltitudine di leggi, leggine e provvedimenti che vanno in una direzione diametralmente opposta. Basti dire che mentre il codice impediva in modo drastico ogni sanatoria degli abusi contro il paesaggio, da quel momento di provvedimenti di questo genere ce ne sono stati due o tre. In questo senso ci troviamo di fronte ad una forte contraddittorietà da parte degli organi di governo. Come valuta la reazione della sinistra di fronte a questo atteggiamento? La sensibilità della sinistra di fronte a queste problematiche è stata, a mio avviso, insufficiente e riflessa dal fatto che i programmi di governo su questo punto non sono chiari, non sono visibili, non c'è una linea precisa. Manca insomma una chiarezza che auspico venga fuori successivamente. Oltre agli schieramenti politici vorrei portare sulla scena un terzo attore, ovvero l'opinione pubblica. Secondo lei la gente si è mostrata sensibile a questi argomenti o piuttosto preoccupata da altre questioni, forse apparentemente più importanti? La mia impressione personale è che l'opinione pubblica spesso è più attenta di quello che normalmente si crede. E vorrei fare due esempi: un indizio, più autobiografico, che riguarda il mio ultimo libro {Battaglie senza eroi, Electa per le Belle Arti, ndr), una raccolta dei miei articoli pubblicati tra il 2002 e il 2005. Ebbene le presentazioni di questo volume sono sempre affollatissime. L'ultima che ho fatto era a Foligno e c'erano trecento persone. E trecento persone che in una città piccola come Foligno vanno a discutere di questi temi a pare una cosa importante. Un altro indizio, ancora più significativo, riguarda un sito molto bello, fatto volontariamente da alcuni giovani, che si chiama www. patrimoniosos.it. Organizza una rassegna stampa sui beni culturali e raccoglie tutte le leggi. Bene, solo nel mese di gennaio hanno avuto un milione di pagine sfogliate. Questo vuole dire che c'è moltissima gente nel paese, e non solo gli addetti ai lavori, che vanno a guardarsi queste cose, che hanno curiosità e vogliono maggiore informazione. Credo che questo renda ancora più evidente l'errore politico che fanno un po' tutti i partiti, di non farne un grande tema. Ovviamente non è stato nemmeno sfiorato dal dibattito tra Berlusconi e Prodi. Hanno parlato solo di scuola, università e ricerca, ma si sono anche un po' confusi perché era il punto su cui erano meno informati. Tutti questi temi sono stati marginalizzati dal dibattito pubblico come se interessassero un altro paese. Credo, invece, che l'opinione pubblica sia molto più attenta e che siano invece i partiti lontani da queste tematiche. Non si rendono conto che commettono, soprattutto quelli di sinistra, un grande errore, quando invece dovrebbero fare di questo tema una grande battaglia civile. Come abbiamo già avuto occasione di sottolineare, un grande ruolo hanno avuto le associazioni... Certamente. Per esempio, le battaglie condotte dal Fai sono molto importanti e hanno avuto dei risultati. Ora sta per lanciare un nuovo appello al futuro presidente del Consiglio, chiunque sia, e credo che sarà un appello importante perché cercherà di puntualizzare quali sono i dati essenziali sui quali ragionare rispetto al futuro del patrimonio culturale del paese. Le associazioni sono molto importante e tuttavia operano un po'in ordine sparso anche se su alcuni temi vanno completamente d'accordo. Occorrerebbe veramente in questo momento ragionare in modo più unitario partendo dai diritti dei cittadini e del patrimonio culturale stesso, segnalati dall'articolo 9 della Costituzione. Uno dei principi fondamentali della nostra Repubblica, la prima al mondo ad inserirlo nella carta costituzionale, imitata poi da numerosi paesi dell'Europa e dell'America latina. E mentre gli altri, appunto, ci imitano noi però questo principio ce lo scordiamo. A proposito di tutela dell'ambiente vorrei affrontare con lei la questione delle grandi opere. Un tema che, nel programma dell'Unione, è stato trattato con una certa ambiguità... Sono delle ambiguità colpevoli. E parlare chiaro e avere delle opinioni trasparenti non è una opzione, è un dovere assoluto. Venendo alle grandi opere bisogna distinguere: è chiaro che alcune sono più necessarie di altre. Tutti sappiamo che il ponte sullo stretto se non si fa è meglio per tutti, compresi quelli che abitano sullo stretto. O l'impatto ambientale del ponte e la sua inutilità, visto che almeno venti giorni l'anno non sarà utilizzabile e per una miriade di altre ragioni, è chiara a tutti. Altre opere invece sarebbe giusto farle ma bisogna vedere come si fanno. Qui, e Prodi nel dibattito con Berlusconi ha detto una cosa giusta, è assolutamente essenziale una discussione, un dialogo con chi abita questi luoghi. Si tratta di un principio fondamentale, anche per capire che cosa è realmente necessario e quante volte ancora dobbiamo incidere su un paesaggio già tanto martoriato. Quando il ministro Lunardi viene a dire che vuole fare in parallelo alla superstrada Livorno-Civitavecchia un'altra autostrada, mi chiedo qual è il principio che muove una tale decisione, visto che ci troviamo di fronte ad una offesa al buon senso e alla spesa pubblica. E in questo caso è l'economia delle ditte private che vince sulla tutela ambientale. Queste cose dovremmo dirle con maggiore coraggio, maggiore insistenza e con una voce altissima. E non dobbiamo trattare i cittadini come dei minorenni che non capiscono assolutamente niente.