Anita minaccia di portare Garibaldi al Gianicolo Sembrano essere passati secoli da quando il museo garibaldino di Caprera era un gioiello. Prima era curatissimo, con tanto di servizio di guardia della marina militare, ora è quasi abbandonato. Il ministero ha ridotto drasticamente i fondi, e si vede. LA MADDALENA. Una volta, tanti anni fa, davanti alla tomba di Giuseppe Garibaldi a Caprera c'erano due marinai a vegliarla. Una volta, appunto. Adesso non c'è nessuno. Giusto una garitta vuota con l'intonaco scrostato dal quale si intravedono cinquanta mani di pittura, l'ultima risalente a chissà quando. Forse ha ragione Anita Garibaldi, figlia di Elena e nipote diretta dell'eroe del Risorgimento, a voler trasferire al Gianicolo le spoglie del nonno. Che alle reliquie di cotanto personaggio della nostra storia nazionale ci hanno pensato già da tempo i razziatori. Dicono che la gran parte delle divise, degli abiti e una montagna di altri oggetti appartenuti all'eroe abbiano già attraversato il Tirreno e siano in bella mostra nelle case di gente importante, piccoli musei personali accessibili solo a pochi eletti (dove per eletti si possono intendere diverse accezioni). Il compendio garibaldino di Caprera, invece, nonostante sia stato spogliato quasi del tutto, è di sicuro il museo più visitato della Sardegna. D'estate ci son giorni con punte che superano le duemila persone, e la media annuale è di 150 mila. Numeri di tutto rispetto, che stridono però con il tono dimesso di quest'angolo dell'arcipelago. Il drappo sbiadito del tricolore nazionale e la bandiera europea di un azzurro spento sventolano nei pennoni e continuano a sfilacciarsi. Manca il vessillo con i quattro mori, e non è la sola assenza. Il senso di precarietà, qui, lo si respira. E non è una semplice questione di contratto di lavoro. Come quello che regola il rapporto dei giubilari, cinque-sei giovani assunti nel 2000 per tre mesi, che sono diventati sei anni grazie ai continui rinnovi, e ancora ignari di ciò che riserverà loro il futuro. Tra guide, amministrativi e custodi, al museo sono in quindici, nel periodo estivo poco più di venti. C'è chi fa il biglietto all'ingresso (due euro), chi accompagna l'ospite alla stalla dov'è rimasto un calesse e qualche attrezzo per poi lasciarlo a un'altra guida che lo fa entrare in casa e dà il cambio alla collega nella stanza in cui Garibaldi esalò il suo ultimo respiro. Davanti alle tombe dell'eroe e dei suoi figli morti giovanissimi (fatta eccezione per Delia, deceduta nel 1959 a 92 anni) spunta dal nulla una nuova guida per il tratto finale del percorso che porta fino alle barche del grande generale e quindi fuori dal museo. Nel parco che circonda l'eremo, erbacce dappertutto, si nota la scarsissima cura delle strutture murarie, piene di crepe dovute all'incalzare delle radici di alcune piante. L'effetto non è dei migliori. Il problema, non è una novità, sono i pochi soldi a disposizione per migliorare la situazione. «Abbiamo scritto più volte al ministero dei Beni culturali lamenta Marina Maestrale, una giubilare chiedendo degli interventi seri. Non abbiamo avuto mai risposte, per cui bisogna fare i miracoli con quello che passa il convento». Per i disabili è impossibile visitare il sito, tanti sono gli ostacoli. «Chi deve occuparsi del museo non se ne occupa dice il sindaco Angelo Corniti speriamo che passi alla Regione, sarebbe meglio».