Roma Non sono scoperte casuali. Sono il frutto di lunghi esami e analisi. Ma di sicuro sono sensazionali perché riguardano i dipinti di Caravaggio. Dopo anni di accesi dibattiti le ricerche sulle preparazioni delle tele, e la conseguente possibilità di dimostrare l'autografia di un'opera del maestro, hanno infatti raggiunto un punto fermo. Insomma ora esiste un metodo sicuro per accertare la mano di Caravaggio, per distinguere in modo irrefutabile il dipinto autentico dalle copie. È un metodo che sta mettendo a rumore il mondo dell'arte, che nasce da studi e indagini sulle radiografie di opere documentate del Caravaggio e di relative copie conservate in pubbliche collezioni e di cui si è discusso anche al convegno "Caravaggio e l'Europa" (Milano, Palazzo Reale). Sono indagini condotte da Paolo Sapori (che sull'argomento sta preparando un volume) in stretta collaborazione con Gerlando Savitteri e Paola Caretta e con proficuo scambio di idee con Mina Gregori. La Gregori è l'erede di Roberto Longhi, il grande storico che 55 anni fa, nel 1951, organizzò a Milano la mostra che riportò alla ribalta Caravaggio e da cui è nato il lungo scontro sull'autografia delle opere. Longhi rivendicava la supremazia dell'occhio del critico. Oggi la lettura dei dipinti del Caravaggio ha nuovi orizzonti, delle certezze dovute agli sviluppi delle tecnologie. È un percorso avviato nel 1991 con l'esposizione dedicata al maestro curata proprio dalla Gregori. Fu il primo passo per capire che Caravaggio, ora non v'è più dubbio, non disegnava il soggetto sulla tela ma dipingeva su un fondo scuro su cui faceva degli «sbozzi» con la biacca. Al contempo segnava, facendo quasi delle incisioni, la posizione delle figure servendosi della punta del manico del pennello. Sappiamo che usava la camera ottica: lenti e specchi per riportare le forme dei modelli, come ha sostenuto il pittore David Hockney. Spiega Mina Gregori: «Caravaggio ha sempre avuto problemi di attribuzione, di lettura delle sue opere. Non abbiamo uno stile di riferimento perché il suo primo approccio era direttamente con la realtà del modello, della luce... Nel tempo abbiamo cercato di vedere come dipingeva, cioè un aspetto di carattere esecutivo. È quello che ci permette di garantire l'autenticità di un'opera di Caravaggio, di distinguere tra originali e copie». Come? «Dalle prime radiografie del 1991 abbiamo visto i pentimenti, che esistono negli originali, ovviamente assenti nelle copie. Grazie a Paolo Sapori e ai suoi collaboratori siamo andati oltre alla lettura della preparazione. Caravaggio attaccava il quadro con degli abbozzi, con una biacca stesa a pennello su un fondo scuro. È una tecnica tipica di Giorgione». Caravaggio riprese una tecnica veneziana? «Sì, una tecnica adottata nel Nord e non in uso a Firenze o a Roma, capitali dell'arte fondata sul disegno. Caravaggio introdusse e sostenne la pratica di dipingere abbozzando con i colori senza disegno, che era stata avviata a Venezia. Lo attesta il Vasari per Giorgione: aveva iniziato lo "sbozzo" su fondi scuri. A Roma Caravaggio ripropose dunque la rapida e antica tecnica giorgionesca che gli permise di ottenere la resa naturale delle tinte e la freddezza tonale». Questo in che modo si vede? «La biacca, chimicamente carbonato di piombo, è visibile perché radiopaca. Emerge dalle radiografie. Caravaggio non dipingeva direttamente sulla tela come i pittori impressionisti. Eseguiva un vero abbozzo monocromatico: la biacca è il solo elemento usato e si nota su larga scala. I copisti, che ignoravano i procedimenti usati dal maestro sotto la superficie visibile, la impiegavano in misura molto più ridotta e negli strati finali. La pratica degli sbozzi fu usata anche nelle repliche autografe. L'esistenza di questi abbozzi monocromatici ci permette di comprendere l'autografia del dipinto. A questo bisogna aggiungere che adesso sappiamo che Caravaggio faceva uso della camera ottica». Aveva ragione Hockney? «Caravaggio proiettava le immagini sulla tela attraverso specchi e lenti. È una teoria che ha sostenuto per prima Roberta Lapucci e che ad ogni modo è generata dalle intuizioni di Longhi e dalla mostra che organizzai nel 1985. Nello studio di Caravaggio l'immagine del modello veniva proiettata sulla tela ma risultava rovesciata. Non c'era ancora una lente in grado di rovesciare la figura. Fu inventata nei primi anni del Seicento. Non a caso il Bacco custodito agli Uffizi regge il bicchiere del vino con la mano sinistra. La Santa Caterina della collezione Thyssen impugna la spada con la mano sinistra. L'uso della camera però doveva restare segreta. A quei tempi inoltre tutto l'uso delle lenti era sospetto di eresia. E quindi un vero segreto». Di alcuni dipinti di Caravaggio esistono più versioni. Con queste conoscenze cosa accadrà? Aveva una bottega? «Noi presentiamo il metodo, gli studi per capire l'autografia. Non spetta a noi prendere delle decisioni su dipinti discussi. Quanto alla bottega... Caravaggio non aveva una bottega».