Dopo anni di chiusura, a giugno si potranno ammirare di nuovo le sale della moglie di Augusto GHIRLANDE di fiori e di frutti, avventure di dei e figure alate. La Casa di Livia, uno dei gioielli della Roma antica custoditi sul colle del Palatino, dopo anni di chiusura sarà riaperta al pubblico alla fine della primavera. Sull'atrium è stato costruito un tetto che ha salvato i resti degli affreschi delle pareti, le architetture rosse, le donne con le ali, le figure mitologiche, i festoni e quei tubi dell'acqua con sopra inciso "Iulia Augusta", da cui gli archeologi capirono che stavano scavando la casa della moglie di Augusto. «Dopo la copertura sui locali dove fino a poco tempo fa addirittura pioveva sui mosaici» spiega la direttrice dell'area archeologica Irene Iacopi «oranon rimane altro da fare che un ultimo complesso intervento sulle pitture e poi la casa potrà essere di nuovo visitata dai romani e dai turisti di tutto il mondo che ogni giorno affollano gli scavi del Palatino e del Foro Romano». «Gli affreschi» aggiunge l'architetto della soprintendenza Giovanna Tedone, che cura i restauri delle strutture «saranno riapplicati alle pareti, sotto la guida della re-stauratrice Gianna Musatti, con una tecnica moder-nissima. Prima erano stati staccati e posti su delle grandi tele, ma messi, come sono ora, con delle intelaiature, davanti ai muri, danno a tutto un'aria posticcia. Adesso invece saranno incollati con sostanze speciali a delle basi di alluminio sottilissime e ricollocati sulle pareti in modo da dare l'impressione di essere così come sono stati scoperti dagli archeologi». All'ingresso la porta è ancora sbarrata da un cancello di ferro e da due massicci lucchetti, e gli ambienti controllati da un sofisticato sistema di allarme. Dentro, in un'atmosfera ovattata, appaiono i mosaici, tra cui quello che imitava un vero e proprio zerbino, in tinte bianche e nere. Si scendono dei gradini. Ecco l'atrìum, che ora finalmente è coperto. Originariamente forse era sormontato soltanto da una tettoia, portava fresco, magari per chi cenava nella stanza di fronte, il triclinium, o nel tablinum, una sala dove Livia dava dei ricevimenti e vi si tenevano dei banchetti. Intorno, alle pareti del tablinum, nella luce tremula delle lampade a fibra ottica («quelle che non producono calore che potrebbe rovinare le pitture» spiegano gli archeologi), appaiono dei grandi quadri colorati, come di porte, con delle scene mitologiche. C'è la Gala-tea che su un cavallo marino fugge da Polifemo, mentre in fondo si vede l'Etna, c'è un Mercurio che libera la prigioniera controllata da Argo il gigante dai cento occhi. Nella casa di Livia gli affreschi si leggono spostandosi come su un palcoscenico. L'aria è umida. In una stanza ci sono anche i pannelli che spiegano la storia di questa costruzione, così vicina alla casa del marito Augusto, l'imperatore, sotto il tempio di Apollo. Andiamo a sinistra, grifi e figure alate ci scrutano dall'alto, sulle cornici superiori degli affreschi, in mezzo a candelabri e alberi della vita. Lo sfondo è bianco, dentro nuotano i colori pastello. Passiamo nella stanza di destra: una sfilata di decorazioni, festoni di foglie, fiori, frutti, nastri colorati che li legano, un portico di colonne corinzie. Si guarda in alto, animali, templi, riti appaiono su un fregio di un giallo caldo, dipinti con un tratto rossiccio.