Grandi mostre Roma - Alle Scuderie del Quirinale quasi tutte le opere superstiti del pittore, affiancate a tavole di Van Eyck e Bellini Eccezionalmente riuniti i capolavori più celebri, dal «San Gerolamo nello studio» di Londra all'«Annunciata» di Palermo, fino ai misteriosi ritratti. Un polittico ricostruito per la prima volta mentre alcune «Madonne» di piccolo formato contribuiscono a riaprire il dibattito sui controversi anni giovanili - L'unico dato certo è la morte nel 1479. Due terzi dei dipinti sono andati perduti, i documenti distrutti dal sisma del 1908 Dal18marzoal25giugno 2006 le Scuderie del Quirinaleospitanounagrande mostradedicataadAntonelloda Messina (1430 circa - 1479). Nata da un progetto di Palazzo Grassi interrotto con la morte di Giovanni Agnelli, la rassegna è curata da Mauro Lucco col coordinamento scientifico di Giovanni Villa. È una mostra epocale perché permette di vedere riunite insieme quasi tutte le opere oggi attribuite ad Antonello da Messina (30 delle 45 circa a lui assegnate) messe a confronto con capolavori di artisti italiani e stranieri a lui prossimi (da Van Eyck a Petrus Christus, da Giovanni Bellini a Cima da Conegliano). La rassegna - organizzata dal Comune di Roma, Azienda Speciale Palaexpo e Zétema (Main sponsor: Acea, Generali, Compagnia di San Paolo) -, consente al pubblico non solo di ammirare capolavori di Antonello che difficilmente lasciano le loro sedi tradizionali ma di riflettere sulla formazione e l'affermarsi di questo straordinario talento pittorico nel concerto dall'arte europea del suo tempo. La mostra è aperta da domenica a giovedì (10.00-20.00) e venerdì e sabato (10.00-22.30). Il biglietto intero costa 10,00. Consigliabile prenotare la visita (06.39967200500). Per ulteriori informazioni: www.scuderiequirinale.it. Di notevole importanza il catalogo della mostra, edito da Silvana Editoriale e concepito come monografia completa di Antonello con laschedatura di tutto il corpus del leopere (pagg. 380 35,00). I saggi che lo compongono approfondiscono la figura di Antonello, analizzandone la tecnica pittorica e la fortuna, e ricostruendo il contesto culturale in cui visse, con particolare attenzione all'influenza delle Fiandre. Una sezione specifica riguarderà le analisi scientifiche cui sono state sottoposte tutte le opere in mostra. Dal saggio di Mauro Lucco, introduttivo al catalogo, pubblichiamo qui uno stralcio della parte iniziale. L'incrocio fra un dato certo - l'epoca della morte, avvenuta nel febbraio del 1479 - e uno probabile - l'età di quarantanove anni al momento del decesso secondo quanto riportava ottant'anni dopo la scomparsa, Giorgio Vasari -, ha consentito alla storiografia del Ventesimo secolo di ricostruire la vita e la carriera di uno dei massimi artisti del Quattrocento: il siciliano Antonio de Antonio, o degli Antoni, a tutti noto come Antonello da Messina. Che i quarantanove anni ricordati da Vasari siano credibili è testimoniato dal fatto che quando l'artista scompare entrambi i genitori sono ancora vivi (la madre morirà nove o più anni dopo), e che il fratello minore, Giordano, quando entra nella sua bottega, lo fa col consenso esplicito del padre Giovanni, non avendo ancora l'età legale; per altro verso, uno dei primi documenti in cui Antonello appare in persona prima (essendo cioè approdato alla maggiore età) è del 21 aprile 1457, e rimanda all'assunzione, un anno prima, di un discepolo-aiutante, Paolo di Ciacio. Da ciò si ricava con una certa tranquillità che se il pittore morì mentre stava conducendo il suo quarantanovesimo anno e se nel 1456 era diventato maggiorenne, la data di nascita deve necessariamente cadere attorno al 1431. Posti così i paletti di un inizio e di una fine di carriera, occorre dire che fu merito esclusivo di due grandi figure di eruditi e ricercatori siciliani, il palermitano monsignor Gioacchino Di Marzo e il messinese Gaetano La Corte Cailler, l'aver ritrovato pressoché tutti i documenti oggi noti sulla vita del pittore, destinati a far definitivamente scomparire le molte favole circolate sull'artista e sui suoi parenti. Assieme al documento reperito pochi anni prima da Luca Beltrami (1894), che indicava con certezza i tempi del soggiorno veneziano dell'artista (agosto 1475 - aprile 1476, nell'ipotesi più stretta), essi stabilirono il «codice diplomatico» antonellesco, in termini che la storia, con la sua irrazionalità, ha provveduto poco dopo a rendere drammaticamente definitivi: il 28 dicembre 1908 il disastroso terremoto che distrusse la città di Messina polverizzò anche i suoi archivi. Oggi, non solo non possiamo più riscontrare i documenti in originale, (esistono solo le trascrizioni, peraltro assai accurate, dei due eruditi), ma nemmeno possiamo più sperare di trovarne altri, né facilmente immaginare la ricchezza, i traffici, la cultura, la fondamentale importanza strategica e commerciale di Messina, porto franco e luogo d'incontro di civiltà nel bacino del Mediterraneo. Non si trattava solo del commercio e dello smistamento della lana e dei tessuti, ma anche delle facilitazioni che la città garantiva, in termini di tasse e di cittadinanza, a chi volesse stabilirvisi; e del fatto di trovarsi in una sorta di centro geografico di quel vasto mare, di modo che qualsiasi viaggio via nave, per ragioni mercantili o altro, doveva farvi scalo. Messina era, ad esempio, una tappa obbligata della cosiddetta «muda de Fiandra», il servizio regolare di galee veneziane che due volte l'anno, una in andata verso Bruges e Londra, e una in ritorno, vi si fermavano per rifornimenti; ed è per questa via marittima, tramite Pietro Bon, già stato console dei Veneziani a Tunisi, che Antonello arrivò a Venezia. A Messina era dunque fisiologico sapere quel che avveniva sul palcoscenico veneziano da un lato, o su quelli provenzale o fiammingo dall'altro; e ancor più lo era, trattandosi di una città all'interno del regno aragonese, sapere quel che avveniva tra Barcellona, la Catalogna e Valenza. In questo senso, gli studi dell'ultimo secolo hanno apportato una tale messe di conoscenze sul panorama artistico del regno, da rendere obsoleto il giudizio tranchant di Roberto Longhi che la tradizione artistica meridionale non poteva dotare Antonello di nulla fuorché di una raffinata manualità, poiché essa era per il resto affatto sprovvista di ogni idea anche elementare di stile». Si può condividere l'idea che Antonello non trovasse in Sicilia alcun maestro all'altezza, e per questo si spostasse, come già aveva indicato l'umanista napoletano Pietro Summonte nel 1524, a compiere la sua formazione nella capitale, Napoli, sotto la guida di Colantonio. E va sottolineato che a Napoli assai consistente era la presenza di materiale artistico fiammingo, provenzale, catalano e valenzano proprio negli anni formativi di Antonello. Ma la casualità più imperscrutabile ha voluto di nuovo colpire ciecamente: a fronte di un periodo lavorativo che, per un artista nato attorno al 1430-1431, dovrebbe iniziare dal 1450 circa, e coprire quasi tre interi decenni, tutte le sue opere oggi note si collocano negli ultimi dieci anni (o appena qualcosa in più). Con un unico colpo di spugna, la Storia, o il Fato, hanno cancellato quasi vent'anni di pittura di Antonello. Quel che rimane possiamo quasi tutto ammirarlo in mostra. IL PERCORSO IN DIECI SALE Sono partiti chiamandola la «mostra impossibile». E poi, lavora e lavora, son riusciti a realizzarla. Se non «impossibile», certo questa è una mostra «irripetibile», di quelle che è meglio non lasciarsi sfuggire perché ammirare in un colpo solo quasi tutta la produzione pittorica superstite di Antonello da Messina messa a confronto con maestri ispiratori e colleghi dell'artista (da Colantonio a Van Eyck a Giovanni Bellini), è un avvenimento destinato sicuramente a non ripetersi in tempi brevi. Intrufolati tra tecnici e curatori, abbiamo potuto dare un'occhiata in anticipo alle dieci sale delle Scuderie del Quirinale, allestite da Daniela Ferretti. SALA 1. Al San Girolamo nello studio di Londra, capolavoro celeberrimo di Antonello, è affidato il compito di fare gli onori di casa. La tavola ci fa ben capire perché i patrizi veneziani facessero a gara per ottenere ritratti e piccole tavole devozionali non appena l'artista messinese sbarcò in Laguna. Una novità senza precedenti dovette apparire l'ingegnosa ambientazione architettonica e così pure l'uso strepitoso della luce che rende tersa e distinta ogni cosa, al pari dei grandi interpreti fiamminghi. SALA 2. La mostra prosegue in senso cronologico. In mancanza di documenti, le componenti fondamentali della formazione di Antonello sono le opere del pittore napoletano Colantonio, presso la cui bottega il giovane messinese lavorò negli anni in cui la Napoli di Renato d'Angiò e di Alfonso d'Aragona è una delle capitali artistiche del Mediterraneo. Le due tavolette con episodi della Vita di san Vincenzo Ferrer (Napoli, Capodimonte) mostrano la capacità di Colantonio di saldare le suggestioni fiamminghe alla tradizione formale italiana, una lezione che Antonello sviluppa magistralmente in opere come la Crocifissione di Sibiu, sul cui sfondo si ammira una veduta di Messina. Una parete raccoglie la serie delle Madonne giovanili (segnate da problemi attributivi ancora molto controversi) e un Ritratto d'uomo proveniente da Pavia nel quale l'artista dimostra già la destrezza e la rara capacità di cogliere l'essenza intima delle persone che lo porteranno a divenire uno dei più grandi ritrattisti d'ogni tempo. SALE 3 e 4. La mostra prende quota tra cimeli inestimabili: la sala 3 presenta i soli due disegni preparatori attribuiti al Maestro assieme allo strepitoso Ritratto d'uomo di Van Eyck da Sibiu; la sala 4 apre col misterioso e famosissimo Ritratto d'uomo di Cefalù (a lungo utilizzato come sportello di armadio da farmacia) dall'ironico e indecifrabile sorriso. Qui ci sono anche opere che documentano la situazione artistica napoletana e i contatti con l'arte spagnola, provenzale e siciliana. Vengono inoltre proposti polittici di Antonello ricostruiti per l'occasione: la Madonna con il Bambino e angeli, San Giovanni evangelista (Firenze, Uffizi) riuniti al San Benedetto del Castello Sforzesco di Milano, e il grande Polittico di San Gregorio (1473, Messina, Galleria Regionale) restaurato per la mostra. SALE 5 e 6. L'Annunciata di Palermo ci attende alla sala 5 (con la altre versioni del soggetto) mentre la sala 6 è tutta dedicata allo struggente tema della Crocifissione con opere di Antonello affiancate da soggetti analoghi di Giovanni Bellini. SALA 7. A due Ecce Homo di Antonello si comparano due meditazioni sullo stesso soggetto uscite dai pennelli del fiammingo Petrus Christus e del vicentino Bartolomeo Montagna. Le due opere del pittore siciliano permettono di cogliere la svolta avvenuta nello stile attorno alla metà degli anni Settanta del Quattrocento: dopo il contatto con la scena artistica veneziana, si passa dal tipico patetismo fiammingo a una maggior forza drammatica ed espressiva. SALA 8. Chi ama i ritratti di Antonello sosti a lungo in questa sala. La presenza di sette ritratti a confronto testimoniano l'importanza avuta da Antonello nel genere. Gli esempi autografi esposti provengono da Roma, Torino e Berlino, appartenengono agli ultimi anni di attività del pittore e sono stati messi in dialogo come ritratti di Giovanni Bellini. SALA 9. È dedicata alla fortuna veneziana di una delle opere di svolta per la storia della pittura sacra: la Pala di San Cassiano di Antonello (Vienna, Kunsthistorisches Museum), purtroppo non presente in mostra, divenuta modello indiscusso tutta la pittura veneta da Cima da Conegliano a Giovanni Bellini. SALA 10. Congeda il visitatore il San Sebastiano di Dresda, opera superstite e intatta della produzione di Antonello per Venezia: la tavola venne commissionata al messinese dalla Scuola di San Rocco nel 1478, come ex voto dopo una terribile pestilenza. Nel 1479 il pittore muore. (Marco Carminati)