L'espressione è quella tra l'esausto e il soddisfatto di chi, la domenica sera, si tira giù le maniche e sospira: «Ho riordinato tutta la biblioteca». E il riordino annunciato ieri mattina da Renato Soru e da Elisa-betta Pilia è di quelli che non si fanno tutti i giorni o tutti gli anni. Anzi, finora non lo si era fatto mai: è (o meglio sarà, quando il Consiglio darà via libera) la prima volta che una Regione si appropria dei suoi beni culturali. Non per venderli o affittarli: per riorganizzarli e gestirli. Il presidente della Regione e l'assessore alla Cultura ieri hanno presentato alla stampa un progetto costruito con la gomma per cancellare e la stilografica. La prima serve a eliminare diciotto fra leggi e disposizioni in fatto di musei, beni archeologici, biblioteche e dintorni. La seconda, per mettere nero su bianco il futuro dei beni culturali sardi. Se ne occuperà la Regione, è stato spiegato, perché il codice Urbani, la riforma federalista e lo Statuto glielo consentono. E con la Regione se ne occuperanno le Province, che avranno il denaro e i poteri per gestire istituzioni ed eventi culturali sul territorio. LA CORNICE. Soru ha spiegato che il disegno di legge fornisce «una cornice e molte certezze sul sistema dei beni culturali». Tra gli scopi della legge, dice il testo, il primo è costituire un sistema unico delle istituzioni culturali, biblioteche, dei musei, dei siti e degli archivi per «assicurare l'esercizio unitario e coordinato delle funzioni di tutela e valorizzazione» dei beni culturali, oltre a renderli più e meglio accessibili. In collaborazione con gli enti locali ma anche con lo Stato, non foss'altro perché le Soprintendenze (a differenza di quanto accade in Sicilia) fanno capo a Roma e non al capoluogo. Come diceva ieri Soru, «non siamo proprietari neanche di un bronzetto o di una pietra» . IL SISTEMA. Chiarito che le pubbliche amministrazioni si regoleranno sul principio della «leale collaborazione» tra loro e con le Università, le associazione e la Conferenza episcopale, la proposta di legge mette a fuoco come prima novità organizzativa l'unificazione dei siti sotto un'unica strategia di gestione e di comunicazione. Uno dei modi per "fare sistema" passa per la comunicazione: dalle brochure informative ai cartelli indicatori, dalla grafica dei biglietti fino alle librerie di ciascuna struttura, tutto seguirà standard uguali e predefiniti, in modo che ciascun museo rimandi il visitatore a un sito archeologico o a un altro luogo della cultura. «Se la gestione di un sito archeologico è una cosa importante - ha esemplificato Soru - lo è ancora di più se tiene conto di quel che c'è a 10 chilometri di distanza, con una promozione reciproca». ECO ED ARCHEO. La legge non istituisce solo una cabina di regia per la politica della cultura sarda. Tra le novità previste ci sono i parchi archeologici e gli ecomusei. I primi non vivranno di soli nuraghi: Elisabetta Pilia ha spiegato che anche torri costiere, chiese campestri e complessi monumentali rientreranno in questi sistemi aperti, che stanno al museo come un'oasi naturalistica sta a uno zoo. L'idea è aprire l'archeologia a tutti i visitatori non professionali, garantendo la salvaguardia ma senza campane di vetro. Gli ecomusei dovranno «rigenerare i centri rurali», at-traendo visitatori e turisti lungo sentieri che facciano conoscere i paesaggi, i saperi e le architetture locali. Spetterà ai Comuni consorziarsi e seguire l'esempio dei centri piemontesi e valdostani. ARTE. La terza innovazione esposta dalla Pilia riguarda «un settore spesso molto ai margini degli interessi della politica», cioè l'arte contemporanea. La giunta vuole promuoverne lo sviluppo, visto che la Sardegna può contare su molte buone firme, su un'accademia di Belle Arti e sull'esempio della Fondazione Costantino Nivola.