II neopresidente della Fondazione della cultura «Subito un segnale forte per trovare finanziamenti». La Fondazione della cultura si è costituita di fronte al notaio e si è riunito il consiglio di amministrazione che è formato dal banchiere Lorenzo Bini Smaghi, dalla soprintendente Crìstina Acidini, dal manager immobiliare Jacopo Mazzei, dall'imprenditore Diego della Valle e dal costituzionalista Enzo Cheli. Il presidente Bini Smaghi ha accettato di rispondere alle domande de 'La Nazione '. In che continuità la Fondazione Palazzo Strozzi si pone con la Spa Firenze mostre? «La Fondazione dovrà esaminare con attenzione quello che ha funzionato e quello che non ha funzionato dell'esperienza precedente. In ogni caso, si dovrà dare un forte segnale di cambiamento, in modo da partire subito con un piede nuovo. L'accento deve essere posto soprattutto sull'autonomia finanziaria e gestionale e sulla qualità della produzione culturale. Le nomine appena fatte dimostrano che questo è anche l'intendimento dei fondatori, pubblici e privati». (...) Negli ultimi anni Firenze Mostre ha sempre avuto deficit Sarà sufficiente chiamarsi Fondazione per modificare le prospettive? «Come ho detto, l'autonomia finanziaria è obiettivo fondamentale e condizione essenziale se vogliamo che la Fondazione cresca e dia un vero contributo allo sviluppo culturale della città. Come raggiungere questo obiettivo: innanzitutto adottando criteri manageriali moderni, che sono standard anche a livello internazionale. Questo darà credibilità alla Fondazione, fondamentale per attirare e gestire Ì fondi necessari a un'attività sempre più ampia e pienamente integrata con le iniziative culturali che si svolgono nel territorio. Faccio un esempio concreto. Il documento di indirizzo menziona esplicitamente la necessità di fare "fund raising", cioè la raccolta di fondi, anche a livello internazionale. Per svolgere questa attività, che sarà cruciale per il successo della Fondazione, ci vogliono non solo competenze ma anche strategia progettuale e controllo di gestione che convincano chi è disposto a dare fondi che questi gli daranno un ritorno, in particolare in termini di immagine, per loro stessi e per la città». La Fondazione avrà la gestione dei musei comunali e provinciali, una buona iniezione di liquidità. Li gestirà tutti o solo alcuni? Riaprirà al pubblico le collezioni ora chiuse per risparmiare sui custodi? «E' molto importante avere un collegamento stretto con il patrimonio artistico dei musei comunali e provinciali. I dettagli concreti sono ancora da definire. L'obiettivo è di fare squadra, sviluppando le sinergie per valorizzare l'insieme del patrimonio e accedere a un più ampio bacino di utenza. Nel fare questo, bisogna ovviamente anche tener conto dei criteri gestionali, finanziari e di qualità che ho menzionato prima. Firenze ha molti musei ed è chiaro che un visitatore medio, che transita in città per un periodo tipicamente inferiore alle 48 ore, non ce la fa a vederli tutti. La prima volta visiterà tendenzìalmente i più famosi. L'obiettivo strategico è di far tornare i visitatori a Firenze una seconda, una terza e altre volte ancora, come tornano più volte a Parigi, a Vienna o a Madrid, attirati da eventi di livello internazionale e spinti dalla voglia di scoprire quello che non sono riusciti a vedere la prima volta. In questo, la Fondazione e i musei comunali e provinciali sono complementari e devono far parte di una strategia integrata». La partecipazione dei privati non è arrivata durante Firenze mostre. F la Fondazione Cassa di Risparmio ha già annunciato che non entrerà. Come pensa che si possa invogliare un imprenditore a investire sulla cultura? «Un imprenditore può partecipare principalmente in due modi: entrando come socio, e partecipando direttamente alla gestione, o contribuendo finanziariamente, attraverso sponsorizzazioni o acquisendo servizi forniti dalla Fondazione. Le varie forme di finanziamento possono anche so-vrapporsi. Vari imprenditori hanno già espressamente dichiarato il loro interesse, nell'una o nell'altra formula, e lo concretizzeranno a breve. La Cassa di Risparmio e la Banca Toscana si sono già impegnate a erogare finanziamenti annuali. Lo stesso vale per la Fondazione Cassa di Risparmio, che non è prevista entrare come socio ma ha già dato la sua disponibilità a finanziare iniziative specifiche. Insomma, sembra che ci siano le condizioni per partire con il piede giusto, assicurando adeguata autonomia finanziaria. D'altra parte, il modello di partnership tra pubblico e privato già funziona in altri settori e in altre città. Perché non dovrebbe funzionare a Firenze? So che ci sono ancora degli scettici in città. Spere che si convertiranno con i fatti». Firenze significa Rinascimento. Le mostre che hanno dato risultati sono state Botticelli o i Medici, adesso si punta su Giambologna, Arnolfo e Alberti. Continuerà su questo filone? «Certo, Firenze significa Rinascimento, ma non solo. Bisogna allargare i confini, anche per attirare a Firenze non solo chi ama il Rinascimento, e già lo conosce, ma anche chi lo deve riscoprire. Senza il Rinascimento non ci sarebbero i periodi artistici successivi, non ci sarebbero gli impressionisti, non ci sarebbe l'arte contemporanea. Il Rinascimento deve dunque essere visto, mostrato e spiegato come punto di origine, da riscoprire per chi ha la passione quasi esclusiva del contemporaneo e da elaborare, invece, per chi guarda ai periodi più recenti con scetticismo, senza rendersi conto che i tagli di Fontana o gli "scarabocchi" di Twombly sono invece figli di Michelangelo». Negli anni passati gran parte del deficit di Firenze Mostre era stato attribuito ai costi del Forte Belvedere. Sarà ridimensionata l'arte contemporanea? E poi, gestirà anche le attività del Meccanotessile? «Rispondere così, su due piedi, non sarebbe serio. Dobbiamo esaminare le cose con attenzione e attuare il metodo che ho detto. Qualità e serietà gestionale, questi sono i criteri che intendiamo darci. Questo è il metodo che la Città si aspetta dalla Fondazione».