Proposta una terza via tra arroccamenti monopolistici e assenza di regole Da oltre un decennio, con crescente intensità e su scala mondiale, si sta sviluppando un vivace dibattito sulla proprietà intellettuale : cioè sugli strumenti giuridici (brevetti copyright, marchi etc.) che assicurano una protezione esclusiva contro le appropriazioni non autorizzate di creazioni dell'ingegno umano (da un farmaco a una canzone), ovvero su segni distintivi dell'identità e della immaginereputazione commerciale, strumenti di una concorrenza basata sul confronto fra prestazioni. A un estremo del dibattito stanno posizioni "negazioniste", le quali (spesso inconsapevolmente riecheggiando l'ostilità di alcuni economisti di scuola classica) enfatizzano gli svantaggi legati alla situazione monopolistica dei titolari dei diritti di proprietà intellettuale: sia in termini di livello dei prezzi (a danno dei consumatori) che di riduzione della concorrenza (a danno dei nuovi entranti) e quindi della vivacità pluralistica dei processi innovativi. Queste posizioni privilegiano nuovi modelli aperti di circolazione e fruizione delle opere intellettuali (ad esempio, nelle Information technologies, del tipo open source, o addirittura free software). Facile, e non disarmata, la replica che dal versante opposto avanzano i difensori di modelli viceversa "forti" di tutela, tesi a massimizzare la portata dell'esclusiva (ad esempio, estendendo la protezione brevettuale oltre il settore d'uso, cioè la funzione, cui si riferiva il percorso di ricerca dell'inventore), o dilatandone la durata (come recentemente avvenuto negli Stati Uniti per il copyright). Secondo questa tesi, in assenza di un diritto assoluto di vietare riproduzioni e imitazioni non autorizzate, gli investimenti in innovazione e produzione di opere intellettuali cadrebbero drasticamente, a tutto danno del progresso, poiché i free riders, o pirati, risparmiando sui costi di ricerca e produzione delle opere, metterebbero fuori mercato produttori e commercianti degli originali, da qui pure pregiudicando la remunerazione degli autori. Conviene dunque, si afferma su questo versante (privilegiato da paesi e imprese leader nell'innovazione), che la tutela sia la più ampia e intensa possibile, se appunto si vogliono massimizzare investimenti e impegno in innovazione e ricerca. Fra questi opposti fronti, che si combattono spesso con toni da guerra di religione, c'è una terza via. Quella di chi, pur convinto della positiva funzione di stimolo agli investimenti in innovazione, ricerca e salvaguardia dell'identità aziendale svolta dai diritti di proprietà intellettuale, mette in guardia contro i rischi economici e sociali (e geopolitici) di una tutela che non lasci spazi ragionevoli di libertà di competizione, fruizione, e sviluppo (rispettivamente) ai concorrenti minori, ai consumatori, ai paesi del Sud del mondo. Basti richiamare le diffuse polemiche sull'accesso dei Paesi più poveri ai farmaci brevettati per la cura di gravi malattie, o sul blocco alla concorrenza che può comportare il possesso di un pacchetto di copyrights su standards informatici, o sulla compressione di tradizionali diritti individuali alla fruizione di opere della cultura e dell'informazione determinata da limitazioni pressoché totali di usi privati per tradizione liberi (come prestare un film in Dvd a un amico) spesso unilateralmente imposte agli utenti da titolari di diritti d'autore. Tre semplici esempi, tra i tanti possibili, che tuttavia bastano a evidenziare possibili tensioni tra le ragioni della tutela della proprietà intellettuale e quella di interessi economici e sociali di alto rilievo, come, appunto, quelli della salute, della concorrenza, della circolazione della cultura e dell'informazione. Da qui è scaturito un movimento di opinione, per ora prevalentemente espresso da ambienti universitari, volto a un più equilibrato bilanciamento di queste (apparentemente) contrapposte ragioni ed esigenze. In particolare, l'iniziativa di un gruppo di eminenti studiosi scandinavi e tedeschi, che da anni, nell'università di Stoccolma, persegue un progetto di riflessione e proposta (Intellectual property in transition research programme), i cui primi organici frutti sono stati esposti e confrontati con altri colleghi di vari paesi, in un recente seminario. L'interesse delle riflessioni e delle prime proposte del gruppo di Stoccolma deriva non solo dall'intrinseca originalità dei postulati e degli obbiettivi, ma anche dall'intelligente ambizione di derivarne concrete indicazioni riforniatrici dell'accordo Trips (Trade related agreement on intellectual property rights). Cioè del trattato internazionale multilaterale sulla proprietà intellettuale, stipulato nel 1994 durante i negoziati Gatt, e quasi universalmente sottoscritto (fra gli ultimi dalla Cina), anche perché la non adesione impedisce l'ingresso nell'Organizzazione mondiale del commercio. Quelle proposte, del resto tuttora in progress (un'ampia e aggiornata esposizione del progetto di Stoccolma verrà svolta, proprio in Italia, nel prossimo congresso internazionale dell'Atrip, Association far teaching and research in intellectual property www. atrip.org che si terrà a Parma dal 4 al 6 settembre), ruotano attorno a un concettoscopo unificatore: far emergere consumatori e concorrenti, cioè gli utenti, attuali o potenziali, dei risultati dell'innovazione, come soggetti centrali della disciplina, in posizione di pari dignitàmeritevolezza rispetto ai titolari dei diritti di proprietà intellettuale. Ora, mentre alcuni termini dell'impianto teorico e la radicalità di alcune fra tali proposte potrebbero prestare il fianco ad appunti di utopismo ideologico, meritano attenzione i principali concreti risultati cui le riflessioni del gruppo di Stoccolma sembrano voler approdare. Da un lato, una più stretta commisurazione della tutela dei brevetti a quanto effettivamente insegnato dall'inventore; dall'altro, un più ampio diritto dei concorrenti di utilizzare, con apposite licenze (a titolo oneroso) l'innovazione precedente, vuoi per realizzare e portare sul mercato proprie innovazioni derivate, vuoi per rimuovere ostruzioni alla concorrenza rafforzate da altrui diritti di proprietà intellettuale. Quanto ai consumatori, un non più eccezionale diritto di studenti, ricercatori, e anche semplici fruitori di opere dell'ingegno di utilizzarle (e scambiarle) in ambito privato per fini non commerciali. Infine, una più rapida ed equa condivisione dei Paesi in via di sviluppo ai progressi tecnologici realizzati dal Nord del mondo (specie se con l'utilizzazione di elementi della biodiversità offerti dai primi). La considerazione, certo non acritica, di questo tipo di proposte, può contribuire non all'affossamento, ma all'opposto, a una più robusta rilegittimazione delle ragioni sane, tuttora vitali, della tutela della proprietà intellettuale, (riassumibili nel suo contributo allo sviluppo dell'innovazione e alla protezione dell'avviamento conseguito on merits). Sono gli eccessi di tutela, che favoriscono solo poche posizioni dominanti, ad aver suscitato, spesso legittimamente, le critiche più decise dell'attuale assetto giuridico, o quanto meno di certe sue declinazioni di stampo protezionistico. Declinazioni che, non a caso, hanno finito per essere messe in discussione, oltre il mondo accademico, da ambienti economici e istituzionali sempre più estesi e pur sostenitori dell'economia di mercato: preoccupati di separare il bambino dell'innovazione diffusa dall'acqua sporca del protezionismo filo-monopolistico. Non è un caso, né un segnale irrilevante, che già alcuni anni fa (25 gennaio 2003) l'Economist si sia dichiarato a favore di un radicai rethink dei modelli dominanti di tutela del copyright: e proprio perché convinto che una protezione più bilanciata dal lato di concorrenti e consumatori possa meglio foster crea-tivity in thè digitai age. Ordinario dell'università Luiss