Più autonomia contabile alle Soprintendenze. Criteri più agili per l'assegnazione degli utili derivanti dagli incassi della vendita di biglietti. Rilancio delle iniziative culturali in grado di attirare l'attenzione del pubblico verso l'arte. Vista così, è una gran bella notizia quella che viene da Roma, dove ieri il Consiglio dei ministri ha varato il «regolamento per l'autonomia contabile e finanziaria delle soprintendenze speciali per i poli museali di Napoli, Roma, Venezia, Firenze e della Soprintendenza archeologica autonoma di Roma». Vista così, come lo stesso ministro per i Beni culturali Giuliano Urbani la spiega, la decisione è senza dubbio rilevante: «È un provvedimento molto atteso - dice - perché consente alle Soprintendenze speciali di poter gestire autonomamente una rilevante quota parte degli incassi dovuti alla vendita di biglietti d'ingresso, merchandising, iniziative di sponsorizzazione e concessioni temporanee di locali. Finalmente verranno superati i problemi di cassa che avevano determinato non poche difficoltà alla spesa corrente di tali Soprintendenze, come emerso anche in recenti polemiche». Ma non è tutt'oro quello che brilla alla luce del nuovo regolamento. Almeno per quel che riguarda Napoli. Vediamo perché. Se Firenze ha fatturato lo scorso anno qualcosa come 40 miliardi di vecchie lire, Roma sette e Venezia cinque, a Napoli - nel 2002 - il bilancio è stato esiguo: solo un miliardo e 800 milioni di lire. Gli altri poli museali possono poi contare su un numero consistente di strutture: nella Capitale si è riusciti a far rientrare addirittura siti come Castel Sant'Angelo e il Vittoriano (l'Altare della Patria); Napoli, invece, aspetta ancora che Palazzo Reale si aggiunga agli altri cinque siti che fanno parte del Polo museale (Capodimonte, San Martino, Sant'Elmo, Floridiana e Villa Pignatelli). Come dire: c'è una bella differenza, se andiamo a vedere in concreto i tipi di ricadute economiche che il nuovo regolamento introdurrà. I poli museali da sempre «ricchi», come quelli di Firenze e Roma, saranno sempre più ricchi; quelli che godono di budget minori - ed è il caso di Napoli - di sicuro non cresceranno. «Se il regolamento approvato in Consiglio dei ministri è quello che conosco - commenta il soprintendente per il Polo museale napoletano, Nicola Spinosa - allora c'è da preoccuparsi: perché Napoli non è né Firenze né Roma; perché da noi la città d'arte non vive 365 giorni l'anno come negli altri casi. E le risorse sono esigue». Serve ben altro. «Per fare turismo - continua Spinosa - una città deve attrezzarsi». E allora? «Allora - conclude il soprintendente - sarebbe stato molto meglio seguire l'esempio austriaco: che offre autonomia di tipo privatistico ai musei, con lo Stato che però concorre al 50 per cento. Un modello ideale». Il panorama europeo, a ben guardare, offre molti altri esempi: in Francia il 75 per cento delle spese per i musei vengono erogate dallo Stato; in Olanda spese di funzionamento e manutenzione vengono interamente coperte dal pubblico. Ora, in Italia, si parte col nuovo regolamento. Funzionerà?
Musei autofinanziati. Spinosa: poche risorse
Il Consiglio dei ministri ha approvato un regolamento che consente alle Soprintendenze speciali per i poli museali di Napoli, Roma, Venezia, Firenze e della Soprintendenza archeologica autonoma di Roma di gestire autonomamente una quota di incassi derivanti dalla vendita di biglietti d'ingresso e da altre fonti. Questo provvedimento è stato atteso per superare i problemi di cassa che avevano determinato difficoltà alla spesa corrente delle Soprintendenze. Tuttavia, il regolamento non sembra essere equo per tutti i poli museali, poiché Firenze e Roma hanno fatturato più di 40 miliardi di vecchie lire, mentre Napoli ha solo un miliardo e 800 milioni di lire.
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