L'entusiasmo per questa subcultura giovanile è un segno di vitalità. Ma decisamente in ritardo. Comunque, ci sono due scuole di pensiero sul muro pulito: un ripristino del decoro urbano. Oppure un invito a re-inventarsi rivolto agli artisti li Prima di mandare il povero Ettore Sottsass a pulire tutti i muri di Milano, dai graffiti, aspettiamo un attimo. Primo perché bisogna capire se il suo entusiasmo per questa subcultura giovanile, un po' in ritardo, sia un segno d'indomabile vitalità o un segnale di inevitabile, romantico, rallentamento. Secondo perché, sul togliere il graffito, ci sono due scuole di pensiero diverse. Una convinta che ridare al graffitaro il muro pulito, è un invito a re-inventarsi ogni volta, tornando con nuove scritte e nuovi colori. Più si sopprime un fenomeno di malessere e più questo trova modi per rigenerarsi. L'altra teoria, invece, è che pulire il muro deprime il «vandalo» e rigenera l'entusiasmo urbano, facendo diminuire, addirittura, la criminalità. Malcolm Gladwell, nel suo bestseller The Tipping Point, «Il Punto Critico; i grandi effetti dei piccoli cambiamenti» (Rizzoli), racconta del signor David Gunn, capo della metropolitana di New York, ossessionato dai graffiti, che, per cinque anni, alla meta degli anni Ottanta, si è ostinato a far ripulire ogni giorno le carrozze decorate, secondo alcuni, deturpate, secondo lui, dallo spray degli artisti della notte. I fatti gli hanno dato ragione, non solo la sua costanza ha avuto la meglio sulla vena creativa dei graffitari, ma, anche, ha aiutato a ridurre, davvero, la criminalità. Trasformando il contesto si trasformano i comportamenti. Il graffito per molti non è un segno di vitalità ma di abbandono. La sua presenza accresce il degrado di aree cittadine che, inevitabilmente, finiscono in mano della prostituzione o del mercato della droga. Tuttavia non significa che, questo fenomeno metropolitano, non abbia rappresentato, a New York dalla fine degli anni Sessanta fino alla fine degli anni Ottanta, da noi, con il solto, ammirevole, ritardo, ancora oggi, un passaggio culturale importante. Il graffito è il desiderio di far proprio uno spazio urbano, griffandolo con il proprio segno, mettendolo in luce con l'evidenziatore del proprio malessere. Che che ne dica Sottsass, i critici, quelli americani, hanno capito molto bene questo fenomeno, tanto da snaturarlo trascinandolo nelle gallerie d'arte. Inoltre una serie di Mbri da «Taking thè Train», prendere il treno, di Joe Austin, a Aerosol Kingdom, il regno dell'aerosol, di Ivor Miller, o Broken Windows, finestre rotte, di Karla Murray, hanno analizzato, la moda del graffito, fino alla nausea. InAmerica il fenomeno era principalmente creativo, apolitico, underground, un problema di ordine e igiene pubblica, affrontato dalla polizia e non dal ministero dei beni culturali. Una volta messa in difficoltà, la gente dello spray, come tutte le cose negli Usa, è maturata in qualche cosa di diverso, trovando sbocco, e risorse, utilizzando i poteri magici del Web, la rete. Famosi eroi della bomboletta, gente come Futura 2000 o Rammellzee, si sono riciclati, facendo di necessità virtù, trasformando il loro effimero linguaggio in mercé, magliette, capellini, poster, e vendendoli su internet. Il graffito, oggi, non si fa più sul treno in movimento ma dentro il computer. Da noi, invece, va ancora il muro e il graffito ha assunto, come ogni altra cosa, forme politiche o vandaliche fini a se stesse. Un segno di malessere sociale e di risentimento, piuttosto che un desiderio di dare forma a un'energia creativa sotterranea, come quella che era esplosa a Manhattan o a Brooklyn. Le recenti polemiche non sono altro che il protrarsi dell'eterna scaramuccia italiana fra bello e brutto, fra angolino privato da preservare, mattonano sbrecciato da restaurare e un'incapacità a rinnovare veramente i contesti urbani delle nostre città. Perché il contesto, insegna Gladwell, è importante, e non si salva dal degrado solo togliendogli il graffito. Il degrado italiano, spruzzo di vernice o meno, è anche la sua totale paralisi davanti al progetto di una società nuova. Il graffito è un non problema, in realtà. Quando a Milano, manca, ancora, un museo di arte contemporanea, questo è il vero segno di degrado e di vandalismo, non della superficie, ma del anima di una città che dovrebbe essere il nostro cardine con l'Europa. La difesa della qualità della vita, che in teoria comprende anche l'arredo urbano e quindi anche la lotta allo spruzzo di colore, non ha nessun significato senza una crescita dell'energia culturale che sostenga questa qualità. Vandalismo e degrado sono, anche, le mostre, di quarta categoria, che Milano offre, con deplorevole consistenza, ai suoi cittadini. Cambiare il contesto significa sovvertire la mentalità della gestione urbana che affligge molte delle nostre città, non solo Milano. Il graffito, e il disgusto che provoca, sono l'ulteriore segnale di una società intrappolata in un'adolescenza decrepita. Il graffitaro che vede una città combatterlo rinnovandosi, va altrove o si trasforma. Trovandosi davanti una città che progressivamente invecchia, proteggendosi, mettendosi in naftalina come un vecchio loden, l'istinto è, allora, quello di sfregiarla. Il graffito nasce come rischio, ribellione, atto di generosità, che regala la propria fantasia alla gente della strada. Oggi sopravvive come dispetto, reazione alla reazione, angoscia davanti all'avarizia sociale, politica e culturale che ci attanaglia. Comunque, secondo me, per bloccare le scritte sui muri, almeno a Milano, non ci vorrebbe molto, basterebbe tirare giù la pubblicità, gigante, di Armarli, in fondo a via Cusani. Da secoli, inevitabile, pugno in un occhio, a pagamento, per l'ignaro passante, sfacciato incitamento all'occupazione del muro pubblico con qualche bella frase, non foss'altro per rivedicare una par condicio, almeno, nel guardaroba.