A Shenzen una catena di montaggio per rifare i capolavori della pittura occidentale. Ottomila pittori e trecento botteghe vendono quadri famosi in tutto il mondo IL viaggio a Shenzhen vale per incontrare Zhang Libing, un signore che ha dipinto più Van Gogh di Van Gogh: detiene il record mondiale, anche se nessun notaio lo può certificare. Ventimila quadri, soprattutto Girasoli, a un ritmo presunto di sette al giorno. Altri colleghi producono Canaletto, Turner, David, Reynolds, Klimt, a velocità di poco inferiori e sempre - spiegano con le guide con inquietante puntiglio - «dimostrando qualità da museo». Invaso il mondo con bottoni e lavatrici, avanza la surreale rivoluzione culturale cinese bis, basata sulla fabbricazione seriale dei capolavori di cinque secoli di predominio europeo. Ora il letargo del Vecchio (vecchissimo) Continente e le energie scatenate della Repubblica Popolare sono rappresentate dalla frenesia dell'artigiano Zhang e dal senso del business dell'imprenditrice Si Gong, che riempie i container di oli e li spedisce ovunque, dall'Europa alla Grande Asia, fino agli Stati Uniti. «Americani e italiani sono tra i nostri migliori clienti», fa sapere ai turisti che la assillano. Se la mela made in China è tentatrice per il prezzo e l'auto made in China attira per l'esotismo, il Canaletto e il Leonardo made in China eccitano per l'imbarazzante perfezione, la stessa già esibita con i rubinetti copiati agli italiani e gli orologi copiati agli svizzeri, indistinguibili dagli originali. L'ipnotica replica di un pezzo da museo in salotto va ormai di moda a Bergamo come a Seattle e il fenomeno globale cresce, facendo espandere e moltiplicare quel luogo unico al mondo che ospita le attività parallele di Zhang e Si: si chiama Dafen, o meglio Dafen Oil Painting Village, ed è uno psichedelico sobborgo di Shenzhen dove in poco spazio si concentrano - secondo dati sempre variabili - almeno 8 mila pittori e 300 botteghe. Qui si riproduce e si vende l'arte dell'Occidente e in contemporanea quella cinese antica e asiatica, da pochi dollari in su, a seconda del livello desiderato, «da museo» e, scendendo, anche da cucinotto senza pretese, tanto per riempire il malinconico spazio bianco di una mini-parete. Gli infiniti signori Zhang lavorano da un'oretta a un paio di settimane, in studi-formicaio che superano, e di molto, la capacità di sopportazione di qualunque occidentale. Sono fragili diplomati in disegno, artisti veri e propri convertiti alla legge del guadagno e intraprendenti contadini strappati dai campi e costretti alla precisione del pennello. Tutti si fanno rapidamente la mano, mescolando colori e tracciando sfumature: come bambini che giocano a corteggiare il genio, partono dalle riproduzioni al computer dei quadri famosi, le incollano su tela e le ricoprono con veloci virtuosismi a olio, realizzando le copie richieste dal mercato interno e internazionale in quantità esponenziali (nell'89 il Dafen Village era ancora una scommessa, legata all'eccentrica iniziativa di un pittore di Hong Kong, Huang Jiang, autoesiliatosi lì con 20 apprendisti).Ora si organizzano petulanti visite guidate all'ennesimo fenomeno cinese e si fanno immense mostre collettive, anche da mille «copiatori» alla volta. La prossima è prevista a maggio e Zhang dovrà sudare: ha già centinaia di concorrenti che lo sfidano con un Van Gogh da museo.