Quel groviglio di dubbi, incertezze ed equivoci che ancora oggi circonda in parte la biografia e le opere di Antonello da Messina comincia molto presto, già a metà del Cinquecento, quando nelle sue "Vite" Giorgio Vasari racconta di un viaggio nelle Fiandre dove il pittore siciliano avrebbe stretto sodalizio con Jan Van Eyck (Giovanni da Bruggia, nel testo di Vasari) apprendendone i segreti della pittura ad olio confidati poi, a Venezia, a Domenico Veneziano. Difficile accumulare in così pochi passi una tale serie di incongruenze anche soltanto cronologiche che rendono semplicemente impossibile l'itinerario descritto dal biografo fiorentino. Eppure soltanto nel corso del Novecento i tanti, tantissimi tasselli del puzzle Antonello hanno cominciato a prendere una forma più compiuta, delineando con maggiore precisione documentaria la formazione artistica, individuando viaggi e soggiorni di una esistenza girovaga, incardinata su alcune tappe fondamentali: Napoli e Venezia con abbondanti certezze delle fonti, ma forse anche Roma e Milano, alcuni dei centri più importanti dove nel corso del Quattrocento andavano incrociandosi le direttrici artistiche della civiltà europea. Eppure proprio il porsi di Antonello a crocevia privilegiato di quella civiltà continua, ancora oggi, ad alimentare non pochi interrogativi sul catalogo delle opere: poche innanzitutto, poco più di una quarantina quelle superstiti a distruzioni e terremoti (quante opere sono andate perdute nelle catastrofi che hanno colpito la città dello stretto?), e mutevoli quanto ad assemblaggio, con new entry cautamente accolte (come la tavoletta dipinta rectoverso acquistata dalla Regione tre anni fa da Sotheby's) e dipinti prima accreditati e poi invece discussi o espunti, come una "Madonna leggente" di collezione privata veneziana ora ricondotta ad un anonimo maestro quattrocentesco. Il ruolo di Antonello quale collettore di una civiltà artistica diramata e vasta non facilita insomma le cose, anzi; soprattutto peri il primo periodo della sua attività, quando ancora la sua sintesi superba e limpida era di là da venire, anche in considerazione della oscillazione sulla data della nascita (tra il 1420 e il 1430) con tutto ciò che questo comporta per le date e il contesto della sua formazione; ma ugualmente perché la pittura antica funziona per ripetizioni e innovazioni soltanto graduali di moduli iconografici, per cui le Crocifissioni con i corpi dei ladroni contorti appesi ai tronchi d'alberi spogli (come nelle versioni di Anversa e Bucarest), i Cristi deposti sorretti dagli angeli, i ritratti d'uomo a mezzo busto inquadrati di tre quarti stagliati su uno sfondo scuro d'ombra e le Vergini incoronate dagli angeli, sono un patrimonio comune circolante lungo le rotte mediterranee e dell'Europa continentale, e fitto di varianti. Anche se a questo repertorio Antonello seppe apporre un sigillo nuovo, uno scarto formale di nitore vertiginoso nel modulare la luce secondo scansioni inedite di purezza cristallina, inserendo la descrizione naturalistica dei dettagli quotidiani appresa dalla pittura fiamminga nella coerenza geometrica dello spazio prismatico offerta dalla maniera italiana della Rinascenza; con una nuova intensità narrativa, come nel bellissimo dettaglio della giovane madre col bambino al collo che nel "San Sebastiano" si affaccia inondata dalla luce del tramonto dal portico di una città ideale. La mostra che si inaugura sabato a Roma, negli spazi delle Scuderie del Quirinale, è allora un'occasione irripetibile per leggere l'opera dell'artista siciliano: 38 tavole provenienti da musei e collezioni private di mezzo mondo, una raccolta che ha l'unico precedente (ma con metà dei dipinti) nella esposizione realizzata a Messina nel 1953 curata da Vigni e Carandente con l'allestimento di Carlo Scarpa, che in quell'occasione fece le prove generali per la sistemazione della "Annunciata" che l'anno dopo avrebbe costituito il fulcro delle collezioni di Palazzo Abatellis. Una organizzazione lunga e difficile, soprattutto per la fragilità propria dei dipinti su tavola e per la gelosia di musei e collezionisti che difficilmente si privano di opere di tale importanza, e per la dispersione che i capolavori di Antonello hanno conosciuto soprattutto nell'Ottocento, quando le strade del commercio antiquario e l'insufficienza delle leggi di tutela permisero, ad esempio, che il "San Sebastiano" della chiesa di San Giuliano a Venezia approdasse alla Pinacoteca di Dresda passando per Vienna; come a seguire i frammenti della Pala che provenendo dalla stessa città lagunare già nel Seicento erano giunti (via Londra) nella capitale asburgica. Una diaspora ancora più accentuata per i dipinti di piccolo formato ritratti, soggetti religiosi destinati alla devozione privata che caratterizza gran parte dell'intero corpus antonelliano, e che nel loro girovagare hanno contribuito a disseminare quelle trappole attribuzionistiche in cui ancora si imbattono gli studiosi con relativi e romanzeschi coup de théàtre: come quando il Barone di Mandralisca scovò il piccolo ritratto, ora al museo di Cefalù, nella bottega di un farmacista di Lipari, o quando, all'inizio del Novecento, si accertò che l'Annunziata conservata a Venezia (ora alle Gallerie dell'Accademia) era una copia, e l'originale era invece quello palermitano, anziché viceversa come creduto sino a quel momento. Antonello dei misteri quindi, ancora oggi e nonostante i progressi degli studi, o forse, meglio, Antonello dei paradossi: l'artista che si firma orgogliosamente come "messanus", messinese, nei cartigli a trompe l'oeil affissi nelle tavole, e che a Messina tenne a bottega nonostante i viaggi dal 1456 sino alla morte, nel 1479, è lo stesso a cui fa capo di uno dei percorsi più meravigliosi dell'intera vicenda europea, innervando nei due soggiorni veneziani la sua maniera nella nascente scuola di Giovanni Bellini e Vittore Carpaccio; il pittore che aveva conferito alle sue Madonne giovanili i tratti convenzionali da dama fiamminga o borgognona è lo stesso che, nel suo ultimo periodo, immagina la Vergine annunziata con la fisionomia di una fanciulla siciliana, gli occhi sollevati dal leggio a incrociare lo sguardo dello spettatore. Collocando noi tutti, per una volta, nel ruolo saturo di mistero dell'Arcangelo Gabriele.