«Se sbaglio, mi corrigerete»: è l'invito che il papa rivolse ai fedeli riuniti a San Pietro, venticinque anni fa, durante il suo primo discorso in italiano. L'errore di pronuncia fu accolto, all'epoca, con affetto verso quel carismatico polacco che si cimentava con le difficoltà della nostra lingua. Ma come sarà accolto dai frequentatori dei nostri Istituti di Cultura di Cracovia, New York, Strasburgo, Buenos Aires, Gerusalemme, in grande percentuale studenti dei corsi che gli Istituti organizzano per diffondere la conoscenza della lingua italiana all'estero? «Se sbaglio, mi corrigerete» è il titolo dell'ultima trovata del ministero degli Affari Esteri: sotto questa insegna, errore compreso, un aereo di Stato trasporterà tra maggio e settembre una comitiva capitanata dal sottosegretario Mario Baccini e composta da alcuni vaticanisti e diversi funzionari della Farnesina in tour nelle città elencate, per una serie di tavole rotonde sul venticinquesimo anniversario del papato di Giovanni Paolo II e sul ruolo che questo pontefice giocato nella diffusione della nostra lingua. Tavole rotonde rese meno pesanti da un tocco di entertainment: ci sarà anche Amedeo Minghi, perché destinato a cantare la canzone Un uomo venuto da lontano, mentre a Valeria Mazza andrà il compito di leggere brani dell'enciclica Mulieris dignitatem. Altro che viaggio in Cina di Craxi e famigli. Primo appuntamento, questa domenica a Cracovia. Sembra non finire mai, la saga degli Istituti. Che, quasi da subito, si sono trovati a essere uno dei bersagli prediletti del nuovo governo. Perché? A tirare il rilancio di questi sgangherati due anni di politica culturale estera - se così la si può chiamare -, appare chiaro che ai nuovi inquilini della Farnesina la parola «Cultura» dà fastidio. Un fastidio viscerale. Ricapitoliamo brevemente le puntate precedenti, poi passiamo a quella nuova. A governo da pochissimo insediato, vacillano le poltrone dei direttori degli istituti di Parigi, Berlino e Bruxelles, rei di aver promosso iniziative culturali considerate «contro»; a Parigi il palazzo di rue de Grenelle aveva ospitato una mostra di vignette di Altan, tra cui una dedicata - lesa maestà - al cavalier Silvio Banana. Berlino era sospettata di simpatie per i no-global, durante le giornate di Genova, mentre Bruxelles, dopo l'11 settembre, aveva aperto le porte per un dibattito sul terrorismo nientemeno che a un magistrato «comunista», Gian Carlo Caselli (che, ma non conta, è stato magistrato di punta nella lotta alle Brigate Rosse). È Berlusconi ministro degli Esteri ad interim che, a marzo 2002, spiega ai direttori dei nostri 88 istituti sparsi nei cinque continenti che far leggere Manzoni è roba obsoleta e inutile: il loro nuovo compito è diffondere il made in Italy. Così decolla il primo anno tematico, la Moda. Che i nostri Santi Stilisti vendano! Ma è un tema che parecchi Istituti, locati mettiamo in paesi con altre esisgenze, come l'Albania o l'Etiopia, hanno trovato fin qui difficile sviluppare. Perciò è stato prorogato anche al 2003. Poi, un secondo anno di governo rende chiare due cose: primo, che domare e omologare le nostre ottantotto rappresentanze culturali sparse nel pianeta è un obiettivo che richiederebbe, per fortuna nostra, una bacchetta magica; secondo, che c'è un'emergenza più impellente del diffondere il made in Italy (scopo per il quale esiste comunque l'Ice). L'emergenza è l'immagine disastrata del governo Berlusconi, così come la dipingono i giornali di mezzo nondo. Ed ecco convocata di gran carriera, lo scorso trentun marzo, una Conferenza plenaria dei direttori: tanto di fretta che salta un'altra riunione che doveva tenersi a Berlino e, risulta, il ministero sborsa il doppio in biglietti aerei. I direttori, uomini e donne, e si tratta di persone apparentate al corpo diplomatico come di docenti universitari, vengono avvertiti il giorno prinna che dovranno indossare un decente «abito scuro». Non fosse mai si presentino in ciabatte e maglietta. Ma nelle stanze della Farnesina ancora echeggia la gioviale battuta che Berlusconi ministro ad interim rivolse a un navigatissimo ambasciatore, consigliandogli di togliersi «quel gilet da vecchio». E chi entrava nel salone della Farnesina, quel giorno a fine marzo, trovava un'immagine di gruppo a sorpresa: la maggioranza dei direttori, uomini e donne, sfoggiava polemicamente una camicia nera. Quel giorno si apprendono le nuove linee guiida: il ministro Frattini e la sottosegretario Boniver spiegano ai direttori che loro compito è rattoppare l'immagine «denigratoria e stereotipata» che del Bel Paese danno i giornali stranieri, in vista del semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea. Nando Adornato, in quanto presidente della commissione Cultuira della Camera, dà la parola d'ordine culturale, appunto: bisognerà Credere, obbedire, combattere in nome di un Nuovo Rinascimento. E da combattere ce ne sarà parecchio, visto il rilievo che la stampa internazionale ha dato in questi giorni al j'accuse lanciato da Berlusconi,, imputato per corruzione, al processo di Milamo. Nell'occasione vengono annunciate quattro nuove nomine: sono nomine per «chiara fama», come previsto dalla legge che riformò la rete degli Istituti nel '91 e che dà la possibilità di nominare in sedi particolari, anziché dirigenti della Farnesina, personalità di spicco. Claudio Angelini, giornalista Rai, diventa direttore a New York: e il primo scotto che dovrà pagare è fare buon viso alla comitiva Baccini che, come dicevamo, gli pioverà tra breve intonando in coro «Se sbaglio, mi corrigerete». A Bruxelles va Pialuisa Bianco, già direttora dell' Indipendente, ora firma del giornale della signora Berlusconi, il Foglio. Peccato che a Bruxelles sieda un'altra signora: Sira Miori, laureata alla Sorbona, master in Diritto Comunitario, direttore di carriera dal '92, nominata a Bruxelles a inizio 2001, con un contratto che, come da normativa, dura da un minimo di tre a un massimo di cinque anni. Per Sira Miori sì è mobilitata l'intellighenzia della capitale belga. Pialuisa Bianco, però, è evidentemente considerata più affidabile in una sede che, con l'inizio del semestre italiano di presidenza Ue, viene considerata cruciale. Sicché la signora Miori, che ha già avuto la sorpresa di trovare il suo pasto occupato da un'altra nel salone della Farnesina, nei giorni successivi riceve dal ministro Frattini un laconico fax che le intima di sloggiare. Fax al quale, risulta, la professoressa oppone giusta resistenza. A Mosca va Angelica Carpifave, a Madrid Patrizio Scimia: Carneadi, chi sono costoro? Ora lo vediamo. Angelica Carpifave è autrice di un testo da poco uscito per Mondadori, le edizioni del presidente del Consiglio, Conversazioni con Alessio il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie. Ha un passato di organizzatrice di eventi culturali in Russia. E un neo: fonti sindacali interne alla Farnesina ricordano un caso che sarebbe scoppiato nell'estate del 2000, quando la signora, per pasticci economici nella gestione di questi «eventi», sarebbe stata dichiarata da Mosca «persona non gradita». Ora Mosca, per amore o per forza, il visto dovrà concederglielo. Di Patrizio Sdraia si sa che è un tecnico della Telecom e che è iscritto alla Unionquadri, e si sa che chiama il sottosegretario Baccini familiarmente «Mario». Ora, sembrerà marziano che uno che si intende di telefoni vada a dirigere un Istituto di Cultura. Eh, no! Scimia è un manager. Peccato che nello splendido palazzo secentesco di Calle Mayor, dove è ospitata la sede dì Madrid, non ne abbiano bisogno. Perché nei giorni scorsi hanno toccato quota 2.833 studenti dei corsi di lingua italiana che organizzano e, dunque, l'Istituto è uno dei pochi a guadagnare e a non far spendere una lira al ministero. C'è di più: Luciana Rocca, già docente di Politica economica all'università di Parma, dal '98 direttore dell'Istituto (dunque, il suo mandato scade naturalmente) è da un pezzo che è riuscita a far «fare affari» al nostro Paese. Un po' diversamente da come l'intendono i berlusconidi. Sentite qui: la professoressa Rocca s'è accorta che gli spagnoli ci amano senza conoscerci davvero, hanno un'immagine stereotipata dell'Italia e degli italiani. Sicché in questi cinque anni ha fatto arrivare a Madrid tutto il nostro nuovo cinema, film e autori, con predilezione per i cineasti che non sono mostri sacri e per quelli meno commerciali. Per intenderci, da Calopresti a Ciprì e Maresco. L'Istituto provvede a sottotitolare i film, che poi però vengono proiettati in normali sale cinematografiche; scopo, attrarre non solo i patiti dell'Italia, ma i madrileni «normali». Risultato: file chilometriche davanti ai cinema e incremento della vendita dei nostri film in tutta la Spagna. Ma il tecnico della Telecom che le succederà deve avere altre carte da spendere: l'hanno nominato il 24 febbraio, in anticipo sulla data di scadenza per la presentazione delle candidature, il 28 febbraio. E questi sono i più recenti fatti spiccioli. Orribili. Ai quali vanno aggiunte le defezioni, nel corso di questi mesi, di alcuni bei nomi: Amedeo Cottino, sociologo, se n'è andato dalla sede di Stoccolma, Paolo Riani, architetto, è stato licenziato da New York, Guido Davico Benino, prestigioso intellettuale «einaudiano» direttore a Parigi, a questo punto avrebbe le valige pronte. Ma questi fatti a quale politica fanno capo? A quale idea? Per capirlo bisognerebbe avere sotto gli occhi la legge di riforma della rete degli Istituti, che il governo annuncia da un anno e mezzo. Alla Farnesina ci lavora un gruppo ristrettissimo di tecnici. E nessun'altro l'ha vista. Invece s'è vista all'opera la Commissione Nazionale per la Cultura all'Estero, presieduta dal sottosegretario Baccini e composta di rappresentanze di istituzioni legate a doppio filo col ministero, dunque di necessità ossequienti. Una Commissione che sembra lavori come un governo ombra, in materia: il vero governo. E quello che si è visto è che il budget per gli Istituti in due anni è sceso da trenta a venti miliardi di vecchie lire. Aleggia un'ipotesi: che il governo intenda mantenere in piedi gli Istituti più docili e più strategici in termini di propaganda politica e mandare allo sfascio il resto. Ma, a scrutare bene, si vede un'altra cosa, questa incoraggiante: che molti Istituti, magari retti da dirigenti del ministero, che non brillano «di chiara fama», resistono, resistono, resisto- no. Continuano a fare cultura.