La zona archeologica di Agrigento rischia di chiudere per mancanza di custodi: diciannove dei 52 addetti, promossi coordinatori, hanno presentato domanda di cambiare mansioni. Per lo stesso motivo il sito di Segesta già adesso è chiuso la domenica pomeriggio. Una situazione che ricorda da vicino quella delle scuole che qualche anno fa hanno rischiato di chiudere perché i bidelli, promossi in blocco a una qualifica superiore, si rifiutavano di pulire i gabinetti. Le notizie di Agrigento e di Segesta sono drammatiche, ma non sorprendenti. Secondo il nuovo contratto 2004-2006, che prevede una rimodulazione dei profili professionali, è stata data facoltà ai custodi di frequentare corsi di «affiancamento»: neologismo che indicai corsi per il conseguimento di una qualifica di più alto grado e per il passaggio dalla categoria C alla B. Con una ventina di ore di istruzione, i custodi hanno in teoria potuto apprendere le loro nuove funzioni «affiancandosi» ai colleghi di più alto grado. Sono quindi diventati tutti amministrativi e debbono coordinare custodi che non ci sono più. Per molti questo provvedimento offre un provvidenziale escamotage per evitare le sedi disagiate (zone archeologiche in testa) e cercare di ritornare a Palermo, imbucandosi in un ufficio dove continuare la carriera comodamente seduti davanti a una scrivania ricoperta da scartoffie. Lo stipendio dei custodi, o meglio degli "addetti alla vigilanza", da poco promossi "coordinatori tutela e vigilanza" è simile se non superiore a quello dei dirigenti, grazie a prebende e privilegi di ogni tipo, indennità di turnazione e indennità di rischio, maggiorazioni per giorni festivi e per ore notturne con relativo riposo compensativo, e così via dicendo. Ai dipendenti viene inoltre corrisposta a ogni cambio di consegna una cifra addizionale per il tempo che dovrebbe essere usato per girare e verificare che tutto sia in ordine, effettuando uno scrupoloso controllo sull'intero patrimonio a essi affidato. Un'incombenza troppo spesso disattesa. La perdita di parte di queste indennità che sarà causata dal cambio di mansioni, verrà comunque compensata dallo scatto di stipendio e dalla maggiore comodità del lavoro svolto in ufficio. Non si capisce bene come la Regione uscirà dall'impasse e come potrà scongiurare una chiusura o almeno una riduzione degli orari di apertura di numerosi beni culturali. Nonostante non sia esagerato affermare che essi costituiscono la risorsa più importante della Sicilia, a molti non è affatto chiaro che ogni chiusura, o riduzione o semplice variazione negli orari di apertura, causa danni irreversibili all'immagine dell'Isola. I visitatori che vengono lasciati a bocca asciutta (anzi ad occhi asciutti) volgono le spalle inferociti al sito o museo che hanno trovato chiuso, e in cui non avranno più modo di ritornare giacché in Sicilia passano appena qualche giorno. Immagine per la quale, come apprendiamo dall'articolo della Repubblica di sabato 11 marzo, la Regione nell'ultima legislatura ha speso oltre 100 milioni di euro. Ma i sentimenti dei turisti non sono priorità assoluta né per i politici, né per gli operatori del settore per i quali contano solo, rispettivamente, quanti voti saranno in grado di racimolare alle prossime elezioni e quanti quattrini si ritroveranno alla fine del mese in sacchetta con il minore dispendio di fatica possibile. È l'ultimo tassello che si aggiunge al chilometrico cahier de doléance esistente in questo delicatissimo settore, dove non sembra affatto in programma un decisivo miglioramento dei servizi. Ogni qual volta l'amministrazione mostra qualche buona idea o uno sprazzo di buona volontà, le buone intenzioni vengono vanificate dall'indifferenza dei più. Qualche anno fa la Regione ha speso somme ingenti per dotare tutti i propri custodi di bellissime divise, sia invernali sia estive, per le quali ottimi sarti hanno lavorato per mesi. Ebbene, con notevole danno erariale e spreco di denaro pubblico, queste divise non sono state quasi mai indossate, e in qualche museo esse vengono rispolverate solo nelle grandi occasioni. Come segretamente confida qualche custode «dissidente», in alcuni casi le divise, opportunamente private dello stemma regionale che le decorava, sono state vendute o usate come abiti per cerimonie private. Avere a che fare con il pubblico significa anche dare di sé una buona immagine, ma nessuno l'ha mai saputo spiegare ai custodi che continuano a venire a lavorare in scarpe da tennis se così desiderano. Indossare la divisa significherebbe per i custodi dire addio per sempre alla meravigliosa possibilità di svignarsela per un'oretta allo scopo di andare a fare la spesa, e nessuno se la sente di imporre loro una norma che in tutto il mondo è normale ma che in Sicilia è considerata vessatoria. In nome di un malinteso diritto alla privacy anche i pass con foto e nome sono stati contestati e i custodi in alcuni siti esibiscono, non si capisce a che scopo, il proprio numero di matricola. Invece di offrire ai custodi corsi di «affiancamento», bisognerebbe fare loro visionare un video didattico girato fra i loro colleghi americani, francesi o giapponesi, forse così intuirebbero meglio l'importanza del proprio ruolo e del proprio dovere.
SICILIA: La lezione che servirebbe ai custodi di siti e musei
La zona archeologica di Agrigento e il sito di Segesta rischiano di chiudere a causa della mancanza di custodi. I 19 custodi che hanno presentato domanda di cambiare mansioni hanno ottenuto una promozione, ma non sono disposti a lavorare come coordinatori. La Regione ha creato corsi di affiancamento per aiutare i custodi a ottenere una qualifica più alta, ma molti non sono disposti a lavorare in ufficio. I custodi ricevono un stipendio simile a quello dei dirigenti e hanno diritto a indennità e privilegi. La perdita di questi benefici sarà compensata dallo scatto di stipendio e dalla maggiore comodità del lavoro.
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