Organizzato a Roma un convegno per migliorare la qualità della gestione dei beni culturali: ma per prima cosa è necessario un inventario esatto di musei, biblioteche, anche delle presenze al cinema, che manca ancora del tutto A quanto ammonta linvestimento pubblico nella cultura? Impossibile stabilirlo: in Italia non esiste un censimento delle risorse a disposizione del settore. «Le cifre pubblicate dai giornali - spiega Carla Bodo, vicepresidente dellAssociazione per leconomia della cultura - non hanno nessuna base scientifica. Se alcuni dati sono certi, come il Fondo Unico dello Spettacolo, gli stanziamenti di regioni, provincie e comuni sono ignoti». Nelle società industriali avanzate, il ruolo attribuito alle arti, allo spettacolo, ai media nella crescita economica e sociale sta acquistando un rilievo sempre maggiore. «Ma il livello di conoscenza dei fenomeni culturali è assolutamente lacunoso. In mancanza di un preciso sistema informativo sul comparto cultura è impossibile indirizzarne e governarne lo sviluppo; giudicare lefficacia degli interventi; garantire la necessaria trasparenza, assai auspicabile, in considerazione che si tratta di soldi dei cittadini». Per richiamare lattenzione sulla necessità di strumenti di questo tipo, lAssociazione organizza oggi a Roma allEliseo una tavola rotonda dal titolo Più trasparenza nella cultura, nello spettacolo, nei media. «Lo scopo - dice la Bodo- è far incontrare amministratori pubblici, governi locali e tecnici per richiamare lattenzione della prossima legislatura sullurgenza di investire in un sistema informativo sulla cultura, di cui dovrebbe farsi carico il ministero dei Beni Culturali, o un istituto di ricerca come lIstat. Di fronte ai tagli, è importante fare sistema e concertare gli interventi, ma in assenza di dati è impossibile». In altri settori, commenta leconomista Celestino Spada, lo studio sistematico della domanda e dellofferta è consuetudine, non si capisce perché non dovrebbe avvenire altrettanto per lindustria culturale. Ci sono segmenti di cui non si conosce nulla: per i musei locali lo studio più aggiornato risale al 1992, le biblioteche non sono mai state monitorate: non si sa quante ne esistono, non si hanno dati né sui prestiti dei libri, né sulle frequenze. Anche settori più 'industriali presentano buchi neri: del mercato home video, a differenza di quello sala, non esistono dati sul consumo per nazionalità o singoli titoli, né esistono studi sulla rete distributiva. Sarebbe importante sapere quanti negozi esistono nei diversi bacini dutenza, per programmare nuove aperture e capire se la rete della distribuzione home video corregge o accentua le storture del mercato sala». Perfino sulloccupazione i dati sono aleatori, si parla di stime più che di cifre. Una recente pubblicazione europea fissava in 453mila gli occupati nella cultura in Italia: il fatto che la cifra fosse superiore a quella francese lascia dubbi sullattendibilità. I controlli nel nostro paese sono carenti, basti ricordare che per stabilire il rispetto delle quote di programmazione destinate alla produzione nazionale ed europea nelle reti televisive, il Garante delle Comunicazioni si affida allautocertificazione delle reti
MULTIMEDIA Leconomia della cultura parte dalle statistiche
A Roma si è tenuto un convegno per migliorare la gestione dei beni culturali. L'Associazione per l'economia della cultura ha richiamato l'attenzione sull'importanza di un inventario esatto dei musei, biblioteche e presenze al cinema. Non esiste un censimento delle risorse a disposizione del settore, e le cifre pubblicate dai giornali non hanno base scientifica. Le società industriali avanzate attribuiscono un ruolo importante alle arti, allo spettacolo e ai media nella crescita economica e sociale. Tuttavia, il livello di conoscenza dei fenomeni culturali è lacunoso. L'Associazione organizza una tavola rotonda per richiamare l'attenzione sulla necessità di strumenti di questo tipo.
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