Nei giorni precedenti l'inizio del conflitto, intorno al Museo archeologico di Bagdad era stato notato un gran traffico di camion, un andirivieni di bauli e casse. La guerra non era ancora del tutto sicura ma era già nell'aria. Il governo iracheno fece sapere che aveva deciso di portare al sicuro i reperti temendo un attacco americano. Pochi ci credettero. Molti pensarono a un saccheggio di regime, un'altra manovra dei gerarchi di Saddarn per assicurarsi preziose merci dì scambio in caso di fuga all'estero. In realtà alcuni responsabili dell'Istituto stavano davvero facendo quello che avevano già fatto in occasione di altre guerre: mettevano in salvo i più rari tra i tesori affidati alle loro cure. Statuette, gioielli, vasi e iscrizioni venivano in parte trasferiti nel caveau della Banca centrale irachena, in parte chiusi in sotterranei ritenuti a prova di missili e malfattori. I detective inviati da Washington, racconta il New York Times, sono adesso riusciti a individuare almeno cinque depositi all'interno del complesso del museo e altri in diverse zone di Bagdad e hanno tirato fuori 700 opere e 39.400 manoscritti che erano stati dati per rubati o distrutti durante i saccheggi seguiti alla caduta della capitale. L'inventario non è stato ultimato, ma già dalle prime stime i ritrovamenti sembrano tali da far ridimensionare la portata dei danni temuti nelle scorse settimane. Se questa è la buona notizia, ce n'è anche una pessima. Quando uno dei responsabili del Museo ha accompagnato gli esperti statunitensi nei sotterranei dove sapeva che erano stati conservati i pezzi più preziosi è svenuto: una parte delle casse era stata forzata e alcuni tra gli esemplari più pregiati della collezione erano spariti. Un furto che conferma la teoria secondo cui dietro le scorrerie nel museo ci fosse la regia dei grandi network del mercato nero dell'arte. A collaborare con i ladri su commissione, che sapevano esattamente cosa cercare, sono state sicuramente persone ben informate, probabilmente gente del museo, che ha guidato i saccheggiatori fino ai nascondigli. I capolavori di altissimo livello ancora mancanti sarebbero almeno trentotto. Dogane, servizi di intelligence, Interpol sono stati allertati: gli americani per ora mantengono il riserbo, ma si tratterebbe di pezzi fotografati e descritti sui libri, nelle guide, oggetti insomma assai difficilmente smerciabili se non attraverso trafficanti di alto bordo. Per una curiosa coincidenza, opere mesopotamiche di questo livello da ieri sono in esposizione al Metropolitan Museum di New York. Fino al 17 agosto il museo ospita Art of the first Cities, una straordinaria raccolta di 400 pezzi provenienti da cinquanta musei del mondo, la più importante esibizione del settore degli ultimi anni. La mostra è stata ideata nel '97, ma per uno scherzo del destino l'inaugurazione avviene proprio mentre in Iraq si lavora per cercare di salvare quella che fino a pochi mesi fa era la più vasta collezione di reperti trovati tra il Tigri l'Eufrate. «Ciò che vediamo qui dà la misura di quello che è andato perso», spiega la curatrice Joan Aruz. «Molti di questi oggetti sono arrivati a noi grazie a un sistema che vigeva durante gli scavi nel 19esimo e ventesimo secolo, spiega il direttore del Met, Philippe de Montebello. I componenti delle spedizioni erano di diverse nazionalità. Alla fine della giornata quello che era stato trovato veniva spartito dalle autorità locali: queste tre cose vanno al museo di Bagdad, queste tre al Louvre, queste al Metropolitan... C'è chi dice che sarebbe giusto che tutto tornasse nei luoghi d'origine, ma forse quello che è avvenuto negli ultimi mesi a Kabul e Bagdad può convincerci del fatto che sparpagliare un po' le opere d'arte può essere utile». Proprio durante la presentazione della mostra newyorchese, è stato anticipato il ritrovamento di una parte dei tesori spariti a Bagdad. A farlo è stato il responsabile delle antichità mediorientali del British Museum, John E. Curtis, che ha raccontato come la sua controparte a Bagdad gli avesse confidato di aver messo al sicuro prima dell'inizio dei bombardamenti gli oggetti più preziosi e trasportabili. Secondo l'esperto britannico, anche gli americani sono stati da tempo messi al corrente della notizia, ma hanno evitato di pubblicizzarla finora per scongiurare nuove incursioni dei ladri. Sempre stando a Curtis, la maggior parte dei plateali saccheggi ripresi dalle tv sarebbe avvenuto negli scantinati del museo dove erano conservati gli oggetti meno pregevoli, in gran parte mai catalogati, fotografati o esposti al pubblico. Caratteristiche, queste, che ne renderanno assai facile la commercializzazione sul mercato nero e difficile il ritrovamento.