La tesi non è nuova. Sul tema Vittorio Sgarbi e Giorgio La Malfa presentarono una lista non troppo fortunata alle ultime Europee. L'Italia, terra del più straordinario patrimonio artistico, archeologico e paesaggistico del mondo, ha tutte le chances per fare delle sue attrattive un asset vincente in un'epoca dove diventa sempre più importante una dimensione di economia "leggera": ad alta specializzazione e ad alta intensità di innovazione, conoscenza e creatività. In polemica coi tentativi del governo Berlusconi di rilanciare la competitivita nazionale a colpi di deregulation e riduzioni fiscali, dunque, il libro dell'ex ministro ulivista dei Beni culturali Giovanna Melandri sostiene invece il modello "più Stato e più mercato". Un'idea che l'autrice dice di mutuare dal suo professore Federico Caffè, quando il compianto economista la esortava a "esplorare i processi di produzione e distruzione della ricchezza che non vengono contabilizzati con i tradizionali indicatori economici". "A pensarci bene", spiega, "Federico Caffè in Italia fu un anticipatore di teorie e riflessioni che oggi sono al centro del filone teorico che fa capo ad Amartya Sen e alla sua prospettiva dello 'sviluppo umano', una prospettiva che mette in campo collegamenti importanti tra la sfera sociale, culturale e 'umana', appunto". Questo testo, con prefazione di Romano Prodi e scritto evidentemente per prenotarsi al posto di prossimo ministro dei Beni Culturali in caso di vittoria dell'Unione, è in uno stile sociologhese-politichese non particolarmente brillante. Ma in tal materia in Italia è davvero difficile trovare grandi piacevolezze letterarie, e personalmente preferiamo i politici che impiegano il loro tempo a redigere programmi, sia pure barbosi, a coloro che preferiscono cimentarsi come romanzieri, comparse cinematografiche o commentatori di calcio. Ben venga, dunque, questa proposta di "politiche per un New Deal della bellezza italiana", pur con tutte le sue contraddizioni. La cultura è veramente una risorsa economica in grado di rilanciare l'azienda Italia (come sembra essere la tesi centrale del libro), o è invece demenziale aspettarsi che musei e istituzioni culturali in genere siano in attivo, come è pure detto in certi punti? E perché, se lo smantellamento del ministero del Turismo a favore delle Regioni è stato un disastro, si esorta al coinvolgimento maggiore delle amministrazioni locali? E come mai Melandri contesta le "defiscalizzazioni" di Berlusconi quando lei stessa propone di incentivare la cultura portando a oltre il 25 per cento l'esenzione per la cessione dei diritti d'autore (idea che da sola le varrebbe il nostro voto: per bieco interesse personale)?