Domenico De Masi, docente di sociologia all'università La Sapienza di Roma, è presidente della Fondazione Ravello. Professor De Masi, come definirebbe il manager della cultura? Direi che è una persona che deve sommare sinergicamente le doti del manager e quelle dell'intellettuale. Il manager d'impresa apprende le scienze organizzative e il modo migliore per applicarle al campo pratico e specifico in cui opera. Gli eventi culturali, invece, sono pieni di imprevisti, dipendenti da fattori fortuiti e collegati soprattutto alla flessibilità e alla creatività di chi li gestisce momento per momento. Il manager della cultura è soprattutto un project manager di attività multidisciplinari e deve essere capace di elevare continuamente il grado di motivazione della sua équipe dal quale dipende il successo dell'organizzazione. Quale è la differenza tra l'Italia e gli altri Paesi per ciò che riguarda la gestione dei giacimenti culturali? Non mi pare che all'estero stiano meglio di noi. Fa eccezione il Vaticano abituato da duemila anni a creare e gestire eventi. Si pensi alle liturgie per l'apertura dell'Anno Santo o per la morte di un Papa e si comprenderà quale è il livello di efficienza organizzativa raggiunta dalla Chiesa. Quale è il ruolo dell'università inquesto ambito? La nostra cattedra assegna un numero crescente di tesi sull'organizzazione di eventi e ha creato un master in Comunicazione e organizzazione che specializza i neo laureati proprio in questo settore. I nostri allievi studiano per nove mesi la teoria di organizzazione di eventi, poi nei mesi estivi si trasferiscono a Ravello per una specializzazione pratica. Il Festival in fondo è anche pensato per fare da banco di prova nella formazione dei manager di eventi culturali. Suggerirebbe a un giovane di intraprendere la carriera di manager culturale? È un settore destinato ad avere una forte crescita in futuro: la vita media si allunga, il tempo dedicato al lavoro si accorcia; la qualità della vita diventa un obiettivo prioritario; il turismo cresce. Ovviamente occorre una forte vocazione: non è un lavoro sistematico, a orari fissi: alterna fasi di maggiore respiro e fasi di attività frenetica. Non tutti sono capaci di sopportare simili sbalzi con serenità e perfino con gioia.