La Venezia o la Amsterdam del Nord (ma anche la Versailles degli Zar e, per qualche poeta del Settecento, la Palmira europea) compie il 16 maggio tre secoli, e giustamente li festeggia: un luogo così non è mai esistito e non potrà mai esserci, tale cumulo di irripetibili peculiarità esso racchiude. Uno dei suoi infiniti intellettuali, Feodor Michajlovich Dostoevskij (1821-81), la definiva «la città più astratta e premeditata del mondo»; «severa, tranquilla, brumosa, fosti mia culla beata, cupa città sul fiume minaccioso, città amata di un amore amaro», canta Anna Achmatova (Anna Andreevna Gorenko, 1889-1966); Salomon Volkov, che forse più di chiunque l'ha raccontata, parla di mito durato cent'anni, e al «suo mito» già si riferiva Nikolaj Vasilievich Gogol (1809-52). Il mito dello zar Pietro I, che, originariamente, la vuole tutta di legno (e in un giardinetto lungo la Neva, esiste ancora la sua prima casetta: 12 metri per 5, edificata tra il 24 e il 216 maggio 1703), e poi tanto l'ama, da vietare in tutto il resto della Grande Russia (1714) di edificare in pietra. Il mito della città pianificata, costruita da tanti architetti italiani, e se si vuol conoscere il rococò nostrano occorre salire fin quassù: la famiglia ticinese dei Trezzini, quella dei Rastrelli, Giacomo Quarenghi (oltre 30 edifici), Carlo Rossi, Antonio Rinaldi, per evocarne soltanto qualcuno. E oggi, nel segno di quel legame fra l'Italia e San Pietroburgo, il nostro Paese si mobilita con una serie di manifestazioni che si svolgeranno nella città russa nel corso del 2003; oltre 90 eventi che come scriviamo qui a fianco ieri sono stati presentati a Roma dai ministri degli Esteri italiano e russo. Un mito anche oggi, quello di San Pietroburgo, per tutto quanto ha vissuto nei suoi tre secoli: culla della Rivoluzione d'ottobre, e i fedelissimi vanno in pellegrinaggio all'Incrociatore Aurora, tra i primi soccorritori al terremoto di Messina, da cui partì la fatal cannonata contro il Palazzo d'inverno, o al monastero Smolny in cui Lenin tenne la prima riunione di governo; baluardo antinazista, ben 900 giorni d'assedio, durante i quali, il 9 agosto 1942, fu eseguita per la prima volta, e diffusa in diretta dalla radio, la VII sinfonia di Dmitrij Dimitrevich Shostakovich (1906-75); luogo eletto delle "purghe" e delle persecuzioni staliniane: nel 1934 («l'omicidio del secolo») vi è assassinato il dirigente comunista Sergej Kirov, e nel Requiem dell'Achmatova (13 liriche composte dal '35 al '40; messe su carta solo nel '62: troppo pericoloso prima; edite in 25 esemplari nel '66, e poi finalmente pubblicate negli ultimi Anni 80), si legge: «Ho passato 17 mesi in fila, davanti alle carceri di Leningrado». Già: Leningrado. La città cambia due volte nome: dal '14 al '24, è Pietrogrado; nel '91, riprende quello primigenio (e Giulio Carlo Argan, da vecchio, celiava: «Me l'avessero chiesto, avrei suggerito semmai San Leninburgo»). Il milanese Gianandrea Noseda, una delle più promettenti tra le giovani "bacchette", dal '97 ci vive almeno tre mesi ogni anno, è il direttore ospite principale del Mariinsky, l'ex teatro Kirov; dice: «La cultura vi si respira a ogni angolo; in teatro, una stanza ha appesi al soffitto i tutù di tutte le ballerine che v'hanno danzato; e ho visto il camino di Bohème, quella del '14, ultima rappresentazione prima della mia del 2001. Ogni dieci passi, trovo qualcosa o qualcuno a cui pensare: come fossero persone vive, episodi attuali. A Sant'Isacco viveva anche Igor Stravinskij, e c'è un mercato; talora, quando ci passo, credo di essere un personaggio di Dostoevskij». Il quale scorgeva in questa città «l'immagine riflessa di tutte le architetture del mondo». La cattedrale di Sant'Isacco si regge su 24 mila tronchi d'albero, usati come pali: se Venezia possiede 416 ponti (308 in pietra, 59 in ferro, 49 in legno; 337 pubblici: due soli rimasti, come erano, senza parapetti), 400, e due levatoi, ne ha anche San Pietroburgo; e un centinaio di isolette sul delta della Neva (Venezia, 188), nonché 86 piccoli fiumi o canali, per 300 chilometri di sviluppo. Nata a scopi militari e commerciali, ben presto ha saputo coniugarli con una sua vocazione alla cultura: infinito il numero degli intellettuali che vi sono vissuti, più o meno a lungo; e oggi, ha una "dotazione" di ben 50 musei e gallerie, 2.600 biblioteche, 18 teatri, 180 istituti di ricerca. E' una città composita, multiforme: «Riesco ancora, e solo qui, a trovare, al mercato, il sapore del burro che la nonna veneta mi offriva 27 anni fa; o il gusto, unico, di un miele selvatico, che mi fa credere sia stato appena cavato dalla corteccia da un orso, intenzionato a offrirmelo», continua Noseda. Si passa dalle interminabili facciate monumentali (407 metri quella dell'Ammiragliato), alla vita incessante della Prospettiva Nevskij («non conosco nulla di meglio», spiegava Gogol); dai «colori indescrivibili» del Baltico e del cielo, di cui parla Téophile Gautier (1811-72), a quanto Josif Brodskij (1940-96) ha conservato nel cuore: «Tutto può cambiare a Pietroburgo, tranne che la sua metereologia». Le 32 tombe Romanov valgono la Cripta dei Capuccini a Vienna, e testimoniano la dinastia; l'isola primigenia si è chiamata, via via, "la più felice", "della fortezza", ma anche "delle lepri"; pochi anni fa, il direttore dell'Ermitage, Michail Piotrovsky, mi spiegava che il suo, «150 oggetti in mostra dei tre milioni posseduti, è il più grande museo al mondo»: solo l'ex Palazzo d'Inverno, uno dei suoi cinque edifici, ha 1.050 stanze, 1787 finestre, 117 scale. Qui Malevich (che nel '23 dirige il primo centro di ricerche al mondo votato esclusivamente all'avanguardia) pensa alle case del futuro; Mendelsohn costruisce una fabbrica; Fabergé inventa le sue uova: una con dentro un trenino intero, rubini come fari e finestre in cristallo di rocca (per lo zar Nicola II, 1900). Qui non si possono dimenticare (almeno alcuni tra quelli non citati) Glinka, Rubinstein (fonda il primo conservatorio, 1826), Rimskij-Korsakov, Musorgskij, Tchajkovskij, Borodin, Glazunov, Rachmaninov, Prokofief, tra gli autori di musica; Chagall e Repin in pittura; Tolstoj, Esenin, Lermontov e Nabokov per la letteratura; Diaghilev, Nijinski, Petipa, Nureyev, e gli immensi violinisti Milstein e Heifetz nella musica; tra gli scienziati, almeno Mendeleev e Pavlov; e scusate se è poco. Lo zar è ancora là in piazza: simbolico cavaliere di bronzo in toga romana, coronato di alloro. Uno dei capolavori di Puskin, appunto, si chiama proprio così.
Il Messaggero
8 Maggio 2003
San Pietroburgo, mito anche italiano
FA
Fabio Isman
Il Messaggero
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