La mostra su Giambologna è un boccone prelibato, che consigliamo di assaggiare al più presto, perché consente non solo di gustare il sapore della bellezza e delle qualità di questo eccezionale scultore, ma è occasione ghiottissima di venire introdotti nel cuore di uno dei musei più ricchi e affascinanti d'Italia, il Museo nazionale del Bargello. A due passi dalla cattedrale di Santa Maria del Fiore e dalla piazza della Signoria, la mole severa e turrita del dugentesco Palazzo del Podestà ospita il museo dal 1865. È uno degli edifici più antichi della città e la sua origine è legata agli albori della civiltà comunale e alle tumultuose vicende politiche che, a Firenze, ne segnarono la storia. Qui si amministrava la giustizia, sia pubblica che privata, civile o criminale, e la costituzione comunale prevedeva che ai suoi vertici sedessero un Podestà e un Capitano del Popolo, i quali duravano in carica un solo anno e dovevano essere forestieri per garantire imparzialità verso tutti i cittadini. Per secoli il Palazzo è stato centro d'attrazione di una brulicante umanità fatta di magistrati, giudici, notai, soldati, ma anche paggi, trombettieri, "donzelli", boia e condannati. Incendi e alluvioni hanno tentato di minarne la solida costruzione, mentre gli interrogatori, le torture e l'esposizione alla gogna sulla piazza antistante il Palazzo, ne resero certamente invisa la fama. Addirittura sulle mura della torre del Bargello venivano effigiati a pubblico ludibrio i ritratti dei traditori della patria e a volte queste pitture furono affidate ad artisti famosi: Andrea Del Castagno, lo sappiamo, ne ricavò il soprannome di «Andremo degli impiccati», ma si ricordano anche i nomi del Botticelli e di Andrea Del Sarto per una simile damnatio memoriae. Col progressivo decadere delle istituzioni repubblicane, l'antica carica di Podestà fu abolita e, dal 1502, il Palazzo divenne sede dei Giudici di Ruota e di altri magistrati incaricati dell'amministrazione civile e criminale che, come avevano fatto i Podestà, mantennero l'uso di lasciare il , Joro stemma sulle mura del maestoso cortile. Nel 1574, sotto il principato di Cosimo I de' Medici, i Giudici di Ruota si trasferirono in altra sede e il Palazzo venne definitivamente ridotto a carcere cittadino, divenendo la tetra fortezza in cui il "Bargello" ovvero il capitano di piazza coi suoi sbirri e le sue spie provvedeva a rinchiudere criminali e traditori, a interrogarli ed eseguire condanne particolarmente spietate nel caso di sospetti congiurati anti-medicei. Per quasi tre secoli, da metà Cinquecento fino alla vigilia dell'Unità d'Italia, il Palazzo ormai "del Bargello" visse il capitolo più triste e doloroso della sua storia. La rinascita avvenne col trasferimento delle carceri alle Murate e la decisione del restauro iniziato nel 1858 e terminato nel 1865 con l'inaugurazione del nuovo Museo nazionale, negli anni dell'Unità d'Italia e del breve periodo in cui Firenze fu capitale. Il decreto di istituzione del museo (22 giugno 1865) stabiliva che qui venissero ricoverati «tutti i monumenti e gli oggetti che possono per qualsiasi modo illustrare la storia, i costumi e le arti della Nazione nei tempi di mezzo e nel Rinascimento». Nel 1865, il nuovo Museo nazionale, completamente restaurato nelle sue strutture originarie e nei suoi ornamenti in stile, si inaugurò con una mostra dedicata a Dante (al I piano) e una sulle arti del Medioevo (al II piano), in cui si esposero opere prestate da grandi collezionisti italiani e stranieri sull'esempio dei maggiori e più moderni musei d'Europa: in particolare, del Victoria and Albert di Londra (che allora si chiamava ancora South Kensington Museum) e del Museo di Cluny di Parigi. Proprio sul loro modello molto attento non solo alla grande scultura, ma anche alle arti applicate o "minori", in nome della cultura positivista, del gusto collezionistico e della nuova civiltà industriale negli anni successivi il Bargello assumerà la propria fisionomia definitiva di museo della scultura e delle arti decorative, a tutt'oggi tra i più importanti del mondo. Dopo il 1865, cominciarono ad affluirvi tutti quei tesori delle collezioni medicee, che non potevano più trovar posto agli Uffizi, ormai dedicati esclusivamente alla pittura e ai capolavori d'arte antica: dunque, giunsero fin d'allora al Bargello non solo le sculture del Rinascimento di Donatello, Verrocchio, Michelangelo, Cellini, Giambologna ma anche tutte le collezioni di arti minori che erano state dei granduchi, dalle maioliche, ai bronzi, alle armi, alle stoffe, alle medaglie. A esse si aggiunsero poi le opere d'arte provenienti dai conventi soppressi dalle nuove leggi sabaude (del 1862), che portarono al Bargello soprattutto le robbiane e le oreficerie sacre. Dall'Archivio di Stato, vi fu trasferita la straordinaria collezione di sigilli e, dalla soppressione della zecca granducale, una importante raccolta di monete, coni e punzoni. Ben presto, grazie al suo fascino e alla sua modernità di concezione, il nuovo Museo nazionale si arricchì anche di importanti donazioni private: la più imponente, fu quella dell'antiquario lionese Louis Carrand superba raccolta di migliaia di pezzi, in ogni genere di arti minori e anche pitture lasciata al museo nel 1888. A essa seguirono, entro i primi anni del nuovo secolo, la collezione di armi antiche dell'ambasciatore italiano a Parigi, Costantino Res-smann (nel 1899) e quella di tessuti rinascimentali del barone Giulio Francherei (nel 1906). Tutte queste donazioni da parte di privati, amatori e collezionisti, avevano una sua ragione: il Museo era salito in gran credito presso un pubblico vasto, anche internazionale, specie in seguito alla grande mostra che si tenne nel 1886 in onore di Donatello, nel quinto centenario della nascita dello scultore, di cui il Bargello conservava già molte delle opere alle quali altre se ne unirono per l'occasione, ambientate nel grande salone del primo piano. Il suo allestimento è rimasto, da allora, sostanzialmente intatto e ancora oggi a Donatello padre della scultura del Rinascimento è dedicato l'ambiente più prestigioso e suggestivo di tutto il Museo, il Gran Salone dell'Udienza del Podestà vasto quanto una piazza e popolato di capolavori che segnano la nascita dell'età rinascimentale nella prima metà del Quattrocento. Solo per questa sala il Bargello varrebbe un viaggio. Si può dire, comunque, che il Museo ha mantenuto dalla sua origine lo stretto legame col mondo del collezionismo privato e che la tradizione delle donazioni non si è mai più interrotta. Questo continuo arricchimento, dovuto alla generosità di appassionati e collezionisti, all'impegno della Associazione degli Amici del Bargello nata nel 1982, ai numerosi acquisti dello Stato (e sono notevolissimi anche quelli di questi ultimi anni) hanno fatto sì che il Bargello, pur mantenendo intatto il suo carattere "speciale" e il suo fascino ottocentesco, sia in realtà un Museo estremamente mutevole e sottoposto continuamente a revisioni e cambiamenti. Nuovi allestimenti sono infatti indispensabili per ambientare degnamente gli acquisti e i doni che si aggiungono alle collezioni: essi devono tuttavia al Bargello più che altrove corrispondere a criteri di modernità e alle aspettative di un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo, pur rispettando tutti i limiti che la storia del Museo e gli speciali vincoli di un simile edificio ovviamente comportano.
il Sole 24 Ore
5 Marzo 2006
✓ Entità verificate
Tutti i tesori del Bargello
BE
Beatrice Paolozzi Strozzi
il Sole 24 Ore
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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