IN Italia la tutela paesaggistica è spesso sentita come un ostacolo allo sviluppo edilìzio e produttivo. I vincoli sugli edifici storici sono percepiti come una limitazione di diritti senza contropartite. La realizzazione delle infrastrutture accusa ritardi per le presenze archeologiche e simmetricamente la tutela archeologica si sente vulnerata dai processi di infrastrutturazione. Il turismo è classificato come fattore di rischio che richiede atti di difesa, di contingentamento, di interdizione. Ebbene, una gran parte di queste negatività può essere risolta in positivo, mediante alleanze con soggetti istituzionali o imprenditoriali che investano in modo non speculativo sul territorio. Vediamo come. Perché il paesaggio costituisca una promozione e non un ostacolo per lo sviluppo, occorre che la tutela paesaggistica venga strettamente coniugata sia con la tutela dei monumenti che con la pianificazione urbanistica. Il Codice dei beni culturali introduce, grazie anche a recenti correttivi, una positiva integrazione da questo punto di vista. Comunque la conflittualità in questa materia è in uno stadio così avanzato che converrà probabilmente abbandonare la favola bella della tutela separata dalla valorizzazione e integrare strettamente le due funzioni sul territorio. I vincoli sugli edifici storici devono essere accompagnati da contropartite risarcitone. Mi riferisco a più praticabili forme di defiscalizzazione e a un aumento dei contributi per i restauri. Deve divenire conveniente o almeno non penalizzante possedere un edificio storico. Il conflitto tra infrastrutture e beni culturali è stato impostalo in modo coerente destinando il 5 degli investimenti per le infrastrutture al restauro dei beni culturali, in primis di quelli minacciati dalle infrastrutture stesse. Vedremo come tale idea sarà realizzata. Per quanto riguarda il turismo occorre uscire dalla presunzione che esso costituisca solo un pericolo da fronteggiare. L'afflusso dei turisti non equivale alla calata dei barbari, esso può invece costituire uno dei presupposti per la buona conservazione dei beni culturali. Si tratta di mettere in sintonia i due settori facendo cogliere a ciascuno le positività dell'altro: più i beni culturali di una zona saranno restaurati, protetti, visitabili e integrati con paesaggio, gastronomia, ospitalità e accoglienza, più essi saranno in grado di attirare turismo e di portare ricchezza in sede locale. Deve quindi valere anche il processo inverso e cioè che il turismo possa restituire, per il restauro dei beni culturali, una parte di quella ricchezza che per merito di essi è in grado di accumulare. Come spiega il Rapporto Italia 2006 dell'Ispes, il turismo non vende solo camere d'albergo o voli aerei, ma vende anche e soprattutto tenitori-luoghi fatti di paesaggio, monumenti, musei, archeologia. Prima dì comprare un viaggio sì comprano le motivazioni, le "visioni" che rendono quel viaggio attraente e desiderabile. Inoltre, oggi, nonostante la riforma dell'Enit, non sono state armonizzate tra loro le politiche turistiche regionali: «Esiste un caos normativo che prefigura 20 Italie turistiche diverse» (Ispes, 2006). Ma non ha molto senso frazionare in 20 un 'offerta che richiederebbe invece integrazione per ottenere visibilità ed economie dì scala. Da qui discendono due conseguenze: a) il turismo dovrebbe essere rappresentato da un organismo politico unificato in grado di definire strategie nazionali di settore e di promuovere un marchio Italia con una spiccata identità; b) il turismo dovrebbe avere stretti legami con il mondo della conservazione del patrimonio culturale e paesaggistico. Ne può derivare l'ipotesi di un organismo di coordinamento istituzionale (sottosegretariato, dipartimento?) che dovrebbe provvedere ai raccordi programmatici tra i due settori. Ad esempio, concentrare la difesa del patrimonio culturale dove più intensa è la pressione turistica, e contemporaneamente ridurre tale pressione aumentando l'offerta. E infine, poiché il gettito del settore turistico equivale a circa l'11 del Pil, perché non destinare 2 o 3 punti dell'Iva derivante da tale gettito, per finanziare interventi di protezione dì quel patrimonio culturale che del turismo e della ricchezza che ne deriva è il motore principale? Sono temi cruciali per il futuro del Paese. Lo dimostra la ricchezza del dibattito che su di essi si sta sviluppando, dopo anni di astenia propositiva. Questa breve riflessione vuole contribuire al dibattito e anticipa in parte il senso di un documento che il Fai sta preparando per presentarlo al futuro governo. Un 'ultima considerazione. Le Soprintendenze esistono da 130 anni. Ne hanno fatta di strada. Se l'Italia ha oggi un patrimonio artistico che testimonia con ricchezza la nostra identità storica e culturale, lo si deve molto all'azione continua e attenta di questi uffici, nonostante errori e chiusure. Allora, squadra che vince non si cambia? Qualcosa va cambiata con urgenza poiché la recente riforma del ministero ha svilito la funzione dei soprintendenti e dei direttori generali, ha allungalo e confuso la catena di comando e ha provocato un accentramento che è l'esatto contrario della sussidiarietà. Ma se il principio dì sussidìarietà dovesse essere applicato fino in fondo attribuendo tutela e gestione dei beni culturali agli enti locali, attenzione a due aspetti cruciali. Non ovunque gli enti locali sono giù attrezzati con la capacità tecnica e con l'intelligenza storica necessarie per conservare i beni culturali e fame strumento di arricchimento civico oltre che di sviluppo. È comunque indispensabile che l'autorità statale mantenga una forte capacità di indirizzo e controllo in questa materia così delicata e non rinnovabile. Direttore generale per l'arte e l'architettura contemporanea; ministero Beni e attività culturali