Polemiche e spaccature all'interno di «Italia Nostra» dopo la decisione, avallata dal presidente Carlo Ripa di Meana, di vendere il «gioiello» di famiglia: il villino di 1.000 metri quadrati in via Porpora, Parioli, che i coniugi Astaldi lasciarono in eredità all'associazione ambientalista per farne la sede nazionale. 13 milioni il prezzo dell'immobile, un edificio vincolato dal ministero, opera degli architetti Foschini e Ridolfi. Probabile acquirente: l'antiquaria Ida Benucci, titolare in via del Babuino dell'omonimo negozio e dello storico atelier Canova-Tadolini, da lei trasformato in caffetteria. Una storia prestigiosa quella del Villino Astaldi, dove i coniugi-mecenati Maria Luisa, scrittrice, e Sante, ingegnere fondatore dell'omonimo gruppo, raccolsero un'importante collezione d'arte, animando un cenacolo di cui furono assidui, tra i tanti. Levi. Bassani, Savinio e Argan. Il compromesso è già stato fatto. «Con l'assenso alla vendita del Ministero dei Beni culturali perché è un edificio vincolato -precisa Oreste Rutigliano, vicepresidente di Italia Nostra del Lazio e membro della Giunta nazionale - a breve vi sarà la stipula». Dovranno, però, passare almeno due mesi: quelli previsti dalla legge per l'esercizio del diritto di prelazione da parte del Comune, della Regione o dello Stato. E poi il villino Astaldi, che i coniugi Maria Luisa e Sante lasciarono all'Associazione ambientalista con il desiderio che ne diventasse la sede principale, passerà di mano. E diventerà, con una cifra che si aggira sui 13 milioni di euro, proprietà di Ida Benucci, titolare di una Galleria antiquaria in via del Babuino. Una vendita, però, che ha diviso in due Italia Nostra, con assemblee furibonde (l'ultima pochi giorni fa) e con la richiesta di nuove elezioni degli organi direttivi, anche perché l'attuale dirigenza scade ad aprile. E poi perché molte sezioni, che desiderano il «rinnovamento», si sono dichiarate contrarie alla vendita. E hanno inviato un «atto di diffida» perché il villino Astaldi resti di proprietà dell'associazione: ovvero non si tradisca quel «patto morale, financo più forte di qualsiasi condizione strettamente giuridica - affermano in un documento Evaristo Petrocchi, Margherita Signorini, Beatrice Del Rio e Teresa Liguori - che Maria Luisa Astaldi voleva fosse rispettato quando ha scritto, "vorrei che in qualche modo fosse ricordato il nome di mio marito e il mio"». Secondo i contrari alla vendita, inoltre, «non vi è nessuna urgenza a procedere, visto che era stato concesso da una banca un mutuo di 300 mila euro per far fronte alle spese più urgenti». A spingere il presidente Carlo Ripa di Meana e l'attuale direttivo a privarsi della villa è stata un'esposizione finanziaria di circa un milione di euro. «Una situazione in crisi già da tempo - spiega Oreste Rutigliano - che si era aggravata nell'ultimo anno. Abbiamo introiti al massimo per 250 mila euro l'anno - aggiunge. -E proprio per questo budget limitato non solo non riuscivamo a sanare la situazione finanziaria, ma non eravamo neppure più in grado di mantenere e restaurare la villa. La vendita è stata quindi una decisione ineluttabile». Ineluttabile? «Non ci sembra - replicano i contrari - È assurdo vendere un bene di questo valore per coprire un debito pari solo a un tredicesimo dello stesso valore. E farlo senza esaminare soluzioni alternative e senza aver preventivamente consultato i soci o coinvolto le sezioni». «Il testamento non poneva nessun limite - replica Rutigliano - E la sede storica non è mai stata questa. Prima di vendere abbiamo anche consultato l'ex presidente, l'avvocato Giorgio Luciani, amico degli Astaldi, che ci ha dato il via libera».