Ecco, in articulum mortis, qualcosa che sembra muovere da buone intenzioni dalle stanze del Collegio Romano: i criteri e le modalità per preparare la Relazione paesaggistica, in applicazione dell'articolo 146 del Codice dei beni culturali e del paesaggio. In sintesi, si tratta di un nuovo (ed integrativo) "elaborato" che, ai sensi di questo decreto del presidente del consiglio del 12 dicembre 2005, dovrà accompagnare - dal luglio prossimo - ogni domanda di intervento in zone dichiarate di interesse paesaggistico, ai sensi della vecchia legge.1497 del '39, poi recepita nel Codice. Insomma, con i buoi già in giro a pascolare, dopo esser usciti dalla stalla, il ministro Buttiglione sembra voler portare un correttivo all'emorragia di beni culturali demaniali messi sul mercato, all'occupazione delle spiagge, alle varie mercature a cui ci aveva portato il prof. Urbani. Ma andiamo per gradi e vediamo la serena narrazione dei fatti. Mentre Urbani (ben incoraggiato dal ministro Tremonti) cartolarizzava e poneva all'asta a più non posso il patrimonio, mettendo in crisi persino le agenzie del demanio per l'inadeguatezza a smaltire tanta spinta liquidatoria, nel Codice fu introdotta la pianificazione paesaggistica: qualcosa che fece rabbrividire l'Accademia dei Georgofili (fra le massime autorità culturali europee in materia), facendo, di fatto, un inutile salto in avanti, per il quale le strutture ministeriali non erano, certo attrezzate; Urbani e i suoi consiglieri, evidentemente, non si erano chiesti nemmeno perché, dal 1940 - data di emanazione del regolamento della legge 1497'39 sulla "tutela delle bellezze naturali" - non si fossero fatti i «piani paesaggistici»! Così oggi, distrattamente, si torna a proporre una disciplina "difensiva" che non solo sembra prescindere dai Piani paesaggistici reinvocati dal decreto Urbani, ma che riconsegna l'esercizio della tutela alla "burocrazia dei sessanta giorni" (entro i quali deve esserci la risposta); non solo, ma che innescherà centinaia di migliaia di relazioni annuali inevitabilmente ripetitive che nulla sposteranno dalla monocraticità del giudizio di ammissibilità (il "nulla osta") e che avrà il sicuro effetto di un faccendare aggiuntivo, facendo lievitare i costi delle prestazioni professionali. Perché non puntare invece sulla redazione congiunta (con regioni, province e comuni) di buoni Piani paesaggistici la vera pianificazione paesaggistica - coerenti e non conflittuali con la strumentazione urbanistica territoriale? Già nel 2003, preoccupati del disordinato sfaccendare ministeriale, scrivevamo su queste pagine di cominciare a pensare al "dopo Urbani"; oggi postuliamo un "dopo Buttiglione" per i destini del paesaggio, più concertato, meno farraginoso e meno ripetitivo di quanto ci è stato "decretato". È un lavoro che ci aspetta, fin dal prossimo aprile e che dobbiamo programmare fin d'ora.