Lo chiamavano "la guadarobba" ma le vesti erano altrove, vicino alle stanze da letto, nella "recamera". "La guardarobba" era il posto del tesoro dove i principi Doria custodivano gli argenti, gli arazzi, chiusi negli armadi. Un ambiente di oltre 140 metri quadrati, affiancato da un monumentale corridoio e concluso da una stanza forse di epoca precedente: il tutto a comporre un fabbricato lungo che si protende nel giardino, unito al Palazzo del Principe da un atrio. Ambienti poco considerati e affittati ad attività artigianali fino a che gli eredi dei Doria, pochi mesi fa, hanno deciso di finanziarne il restauro. L'intonaco non proponeva alcuna previsione ma il capolavoro c'era ed è affiorato subito. Contestualizza Laura Stagno, storica dell'arte, curatore del Palazzo: «Si tratta di interventi decorativi della seconda metà del 1500 per opera della bottega di Lazzaro Calvi, (in gioventù allievo di Perin del Vaga) specializzato nell'affresco delle più importanti ville dell'epoca. Il committente era quel Giò Andrea I Doria (immediato successore del Principe) il quale raddoppia la fabbrica del Palazzo con edifici sia di servizio (mulini, forni, il Palazzo era di fatto una cittadella autonoma) sia di rappresentanza». Come queste sale, con pitture sfolgoranti, anche assai autocelebrative. La stanza degli argenti e degli arazzi per esempio: piccoli decori ovunque in campo bianco, al centro Giove con lo stemma dei Doria e due figure allegoriche, la Prudenza e l'Immortalità, qua e là sull'ampio soffitto vari riquadri con spunti mitologici, tra cui Saturno, in uno raffigurato mentre divora un bimbetto, suo figlio, il Tempo. Lettura interpretativa: i Doria con la grandezza della loro gente avrebbero trionfato sul tempo. Il corridoio non è di inferiore bellezza: impatto gentilissimo, campitura bianca zeppa di decori, rampicanti di fiori, piccoli uccelli aquatici, delfini, figurette mitologiche, anche una sfinge, mostriciattoli (si chiama decorazione a grottesche adottata nel Cinquecento copiando la Domus Aurea che, in quanto ambiente archeologico, era detta grotta) e riquadri con storie delle Metamorfosi di Ovidio. Come Minerva che sfida Aracne in una gara di telaio e alla fine, risultando la dea vincitrice, concede alla sua sfidante, suicida, di trasformarsi in ragno. Così da avere garantita una immortalità da tessitrice. Nell'ultima stanza, dove lavorano ancora le restauratoci Maura Checconi e Lidia Pecchioli, si esalta Mercurio, in un medaglione fastoso con Apollo derubato di frecce e faretra. Come racconta Orazio nei Carmi. Quel Doria che volle questo corpo di levante aveva per amico il coltissimo lucchese Pompeo Arnolfini che probabilmente gli aveva indicato gli argomenti degni di essere narrati nell'affresco. A breve l'inaugurazione di queste stanze e in qualche modo la consegna alla città. Saranno sale per conferenze inserite nel percorso museale. Dopo il restauro e l'esposizione dell'arazzo di Alessandro Magno, dopo il riallestimento di alcune sale, l'esposizione di velluti e broccati cinquecenteschi, lo spostamento degli arazzi di Lepanto, questo inedito corpo di levante è davvero una grazia in più. Da poche settimane il Palazzo del Principe è entrato più che mai di diritto in un circuito turistico, si potrebbe dire, obbligatorio: c'è un biglietto unico in comune con l'Acquario e che comprende anche il trasporto sulla fregata Argo (15 euro intero, 11 il ridotto) e simile accordo è stato firmato con il Museo del Mare riguardo un progetto per le scuole. Dice Silvia Cappelletti responsabile delle attività del Museo: «Siamo felici che il Palazzo del Principe sia ricercato anche da un pubblico elitario, di appassionati, di studiosi, che peraltro fanno un viaggio solo per noi. Abbiamo tuttavia i numeri (e i tesori) per entrare, con un certo automatismo, anche nelle attrazioni turistiche più conosciute».