Il balletto vergognoso dei tagli al Fondo unico per lo spettacolo va avanti da più mesi. Tagli disonesti prima ancora che sciagurati, oggetto di un tira e molla e di un'arte del sottogoverno nella quale questo governo è assolutamente imbattibile. Ricordate? Mazzata da 164 milioni. Bum!!! Buttiglione: mi dimetto! Contrordine: solo 64 milioni. Buttiglione: bisogna ridurre ancora! E difatti: 85 milioni! Buttiglione: ho fatto il possibile, non mi dimetto! Fischi e fine primo atto. La macelleria del Fus è il paradigma perfetto dell'ultimo Berlusconi: il guidatore è fuori di testa, guida all'impazzata e sbatte a ogni curva (con noi sul pullmann). Ma siccome questo guidatore ha sette vite come i gatti, e come i gatti ha l'istinto del cacciatore e del cascare sempre in piedi, ecco che Berlusconi si getta d'istinto là dove sa che c'è trippa. Mesi fa lo abbiamo visto cavalcare il tema dei teatri d'opera spendaccioni e parassiti, un tema popolare, anzi popolarissimo per quel 98 di italiani che in teatro non ci ha messo e non ci metterà mai piede. In due e due quattro lo si è visto scodellare un argomento che, sotto sotto, portava acqua a un bel repulisti in un mondo descritto come tutto ori, stucchi e fancazzismo. Chapeau signori, questa è l'arte del populismo: un' arte malefica, come il veleno di un serpente a sonagli. Ma per fortuna con le gambe corte. Sì, il gatto Berlusconi aveva fiutato l'aria, ma come gatto Silvestro si è dato la zappa sui piedi, improvvisando una sparata da incompetente. La Scala, dice, costa troppo perché ha troppi dipendenti. Lissner, il nuovo sovrintendente, ci ha messo cinque secondi o sei a dimostrare che quel signore in doppiopetto diceva fesserie. Eppure il problema resta. Perché in effetti i nostri teatri costano un' iradiddio, molto più che nel resto d'Europa. E in un paese che si dibatte fra difficoltà economiche enormi, che la popolazione avverte sulla propria pelle con un malcontento crescente, un mondo dello spettacolo dominato da sprechi e sperequazioni si trasforma facilmente in pomo della discordia, emblema di privilegi, groviglio di contraddizioni feroci. Un salto nel tempo. Parigi, 1648. Mazzarino governa la Francia col pugno di ferro. Al solito, c'è una guerra (la Guerra dei trent'anni) e la popolazione è stremata da tasse intollerabili. Ma a palazzo si mettono in scena gli spettacoli più sfarzosi che si siano mai visti. È la moda del momento: l'opera italiana, per la quale Mazzarino spende cifre da capogiro. Fra i nobili monta la Fronda e l'argomento più efficace per scatenare la rivolta furibonda del popolo contro il cardinale è proprio lo scandalo di quegli spettacoli che costano una fortuna. Mazzarino scappa da Parigi, nelle strade i parigini danno la caccia ai cantanti italiani, obiettivo più ambito: i castrati. Mazzarino tornerà, ma il destino dell'opera italiana in Francia è segnato. Nell'Italia del 2006, le mobilitazioni conto i tagli al Fus sono tanto doverose quanto reticenti, mentre i problemi restano sullo sfondo, minacce incombenti su un collasso annunciato. C'è bisogno di sottolineare la bizzarria di un paese le cui condizioni di vita regrediscono a livelli preoccupanti, nel quale hanno sede i teatri più sfarzosi e neo-feudali del mondo, e in difesa dei quali è sempre la sinistra a battersi nella sua veste di tradizionale paladina della cultura? Contrariamente a quanto ciancia Berlusconi, per la Scala come per le altre Fondazioni liriche il problema non è affatto il numero dei dipendenti. È il loro indice di produttività che è bassissimo. Non perché siano lavativi, ma perché la macchina non funziona. Produrre uno spettacolo d'opera in Italia costa almeno il doppio che all'estero, mentre a parità di dipendenti un teatro europeo produce due, tre, quattro volte più spettacoli di un ente lirico italiano, con biglietti che costano quasi la metà. Eppure il botteghino in Europa rappresenta il 20 o anche il 30 delle entrate, mentre in Italia (esclusa l'Arena di Verona) ci si ferma al 13. E poi ci sono i cachet, il lato oscuro della faccenda, dominato dalle contrattazioni sottobanco fra teatri e agenzie di management nazionali o internazionali che fanno dell'Italia il paese di Bengodi per quasiasi artista metta piede in un nostro teatro. La decadenza inesorabile dei teatri italiani deriva in gran parte dall'asservimento a queste logiche affaristiche, da questo verminaio che nessuno vuole scoperchiare e sul quale Buttiglione vorrebbe ora mettere la ridicola foglia di fico del calmiere. Sarebbe davvero una beffa della storia che Berlusconi desse avvio a un «note pulite», spacciandosi come moralizzatore di questo mondo. Difficile crederlo: cane non morde cane. Ma il trasformismo di chi ci governa è al limite del mirabolante. E dunque rischiamo. Rischiamo che l'opportunismo più bieco pur di farla franca si impadronisca e faccia strazio di un tema delicatissimo che la sinistra conosce benissimo ma non ha mai avuto il coraggio di affrontare seriamente. Non sarebbe una novità purtroppo