ROMA Macché solenni sciamani, consumati artisti. I pittori del Paleolitico erano ragazzini, teenager. I writer della preistoria. E proprio come i nostri teenager, dipingevano il proprio mondo. Le bravate: allora la caccia ai grandi mammiferi, oggi altre prodezze. I desideri: la donna sempre e comunque, allora sulle pareti di roccia, oggi sulle porte degli armadietti degli spogliatoi. C'è poca sacralità in tutto questo e moltissimo istinto. Poco simbolismo e molto realismo. Lo dice un paleozoologo, Dale Guthrie, professore emerito dell'Università dell'Alaska a Fairbanks. Dopo un paio di decenni spesi a decifrare pitture e graffiti preistorici ovunque nel mondo, ha appena pubblicato il monumentale "The Nature of Paleolithic Art" (University of Chicago Press). Con un inventario di oltre 3000 immagini, afferma di essere la raccolta più completa mai pubblicata sull'arte paleolitica. Perché Guthrie non ha commesso, come dice, l'errore dei suoi predecessori storici dell'arte o antropologi che hanno guardato solo ai grandi capolavori come le grotte di Lascaux o di Altamira. Quelle magari le ha dipinte davvero un "professionista", artista o sciamano che fosse. E con un intento preciso. Ma la maggior parte delle pitture non è così rifinita. È molto più istintiva, sono schizzi come quelli che noi tracciamo con la penna sul foglio e che allora si facevano con l'ocra (o altro minerale) sulla roccia. Schizzi che però presentano similitudini nei millenni, e cambiano solo con la rivoluzione neolitica, a partire da circa 10.000 anni fa. «Allora cambiò tutto spiega Guthrie. Nacquero agricoltura, allevamento, società organizzate, il pensiero religioso. Prima non credo ci fosse. Finché l'uomo ha vissuto in piccoli gruppi non ha avuto bisogno di una religione condivisa. E col neolitico è apparsa anche l'arte simbolica, l'artetribale. Mentre prima erano per lo più immagini realistiche o che ambivano a essere tali». Così Guthrie ha posato su quelle immagini lo sguardo del naturalista per capire prima di tutto com'erano fatti gli animali di allora e poi com'era fatto l'uomo. Ha indagato l'uomo nei suoi bisogni primordiali, quelle costanti biologiche dell'essere umano che si sono mantenute pressoché inalterate nei millenni. E ha iniziato osservando le centinaia di mani dipinte sulle rocce ovunque nel mondo. Usando metodi da antropologo forense ha ricavato statistiche sugli artisti, scoprendo che non erano solo i saggi anziani a dipingere, ma gente di entrambi i sessi e di tutte le età. Con una sorprendente preponderanza di adolescenti maschi. «Delle donne abbiamo poco perché, come le Eschimesi d'oggi, disegnavano per lo più sulle pelli o tessevano. E la loro arte non si è conservata». Mentre quella maschile racconta di cacce al bisonte e al mammut proprio come oggi si fanno le gare di motori. Ragazzi riuniti in bande, "club della grotta", gioventù bruciata come James Dean. Giovani irruenti, violenti. E focosi. «Il numero di vagine dipinte è impressionante dice Guthrie. Vagine gonfie, enormi, abnormi. Spesso isolate. E poi donne con grandi seni e sedere in un'epoca in cui poche donne li avevano così. Non potevano essere sacri simboli della madre terra. Erano immagini erotiche». E i disegni tutti, come le bravate col bisonte, erano in fondo un gioco. «Il gioco è fondamentale nell'evoluzione umana. Ci ha abituati all'imprevisto, a stimolare adattabilità e creatività conclude Guthrie. Così abbiamo saputo superare le oscillazioni climatiche del paleolitico. E diventare ciò che siamo. La natura vera dell'arte è biologica».