I numeri parlano da soli: i visitatori sono in aumento, il bilancio langue. Stato sparagnino con uno dei suoi gioielli nazionali, ma nessuna delle altre istituzioni sembra interessata a mettere mani al portafoglio. Non si rischia la bancarotta, ma certo non c'è da scialare. I fondi bastano appena per l'ordinaria quotidianetà. Così il museo di Cagliari va avanti come può. Appunto, come può? Carlo Tronchetti snocciola le cifre. Parte da quelle positive: i visitatori. Negli ultimi cinque anni sono cresciuti sensibilmente: dai 35 mila nel 2001 ai 38.400 del 2002, leggero calo nel 2004 con 36.300 e infine una buona ripresa nel 2005 con 39.523. «Il 9 per cento in più rispetto all'anno precedente e in controtendenza rispetto all'andamento generale dei musei italiani», sottolinea con soddisfazione il quasi ex direttore, alla vigilia dalla pensione dopo quarant'anni di lavoro tra soprintendenza, musei, scavi archeologici e insegnamento. I mesi più frequentati sono maggio e aprile, grazie alle visite delle scolaresche e ai viaggi, della terza età. Buona affluenza anche tra luglio e settembre, con un picco ad agosto. Deserto tra dicembre e febbraio. «Questo dimostra che c'è ancora molto da fare per richiamare i visitatori durante tutto l'anno e conferma che d'estate il nostro museo è un ottimo richiamo turistico», dice. Un investimento, secondo Tronchetti, è stato l'apertura domenicale. «Di domenica viene sempre abbastanza gente, molti anche i cagliaritani. Abbiamo provato a tenere aperto tutti i giorni, ma poi non si riusciva a fare i lavori più grossi». A proposito di lavori Tronchetti rileva che negli ultimi anni sono state eseguite tutte le ristrutturazione previste dalle nuove leggi sulla sicurezza e per agevolare i disabili: oggi il museo ha assunto una fisionomia definitiva. «Bisogna ricordare cos'era all'inizio», rileva l'archeologo: «Questi locali costruiti in cemento armato negli anni Settanta non erano stati pensati per accogliere un vero e proprio museo. Non erano stati previsti neppure i bagni, figuriamoci i sistemi di sicurezza o gli scivoli. Gli spazi, poi, sono quelli che sono: le sale espositive sono utilizzate al massimo, mentre mancano locali per allestire mostre temporanee di un certo livello». La collezione cagliaritana vanta 180 mila pezzi inventariati e in gran parte custoditi nei magazzini alla Cittadella. Nelle vetrine compaiono solo i reperti più significativi, circa 10 mila. Negli Stati Uniti, tanto per fare un paragone, con cento di questi pezzi ci mettono su un museo milionario. Ma in Italia il grosso della cultura è chiuso nelle casse o bloccato da infiniti restauri sempre per lo stesso problema: non ci sono soldi. «Le voci dei nostri introiti sono solo due», spiega Tronchetti: «Gli stipendi per i trentadue dipendenti arrivano direttamente dal Ministero. Tutto il resto, invece, deve venire fuori da un magro finanziamento annuale e dal ricavato dei biglietti». Su 40 mila visitatori meno della metà paga il biglietto intero (4 euro), bambini, studenti e anziani entrano gratis o a prezzo ridotto. Tirando le somme, meno di centomila euro per far funzionare il più importante museo sardo. Gestito in appalto, tra l'altro, da una cooperativa siciliana (la Novamusa di Messina) che ogni anno rischia di finire in rosso. «Un museo non è un affare», conclude Tronchetti.
Stato avaro, bilancio ridotto all'osso
Il museo di Cagliari ha registrato un aumento dei visitatori negli ultimi cinque anni, passando da 35.000 a 38.400 nel 2002. Il 9% di crescita rispetto all'anno precedente è un risultato positivo per il museo. I mesi più frequentati sono maggio e aprile, grazie alle visite delle scolaresche e ai viaggi della terza età. L'apertura domenicale è stata un investimento importante, poiché molti visitatori sono stati attratti anche il fine settimana. Il museo ha subito una serie di ristrutturazioni negli ultimi anni per migliorare la sicurezza e l'accessibilità, ma ancora oggi mancano locali per allestire mostre temporanee di un certo livello.
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