Ha visto il museo nazionale della Cittadella pezzo a pezzo. Anzi, ne ha curato il trasferimento e l'allestimento dalla vecchia sede di piazza Indipendenza alle nuove sale dell'ex Arsenale piemontese. Un trasloco sofferto: iniziato nell'anno dei Mondiali di calcio, il 1990, e continuato tra mille difficoltà in un edificio esteticamente bello, ma inadeguato per accogliere una grande collezione archeologica. Dopo quasi vent'anni Carlo Tronchetti lascia la direzione del museo di Cagliari. In pensione, anche se non abbandonerà il lavoro. L'archeologia è soprattutto una passione, il virus di Indiana Jones quando entra in circolo non ti lascia più. Così Tronchetti continuerà a scavare nel sito dove negli anni Settanta, appena arrivato in Sardegna da Pisa, aveva cominciato a lavorare: a Nora, in uno dei luoghi magici dell'antichità. Proprio lì fu trovata la stele del X-IX secolo a. C. con l'iscrizione fenicia che cita per la prima volta il nome Sardegna. Stele che, guardacaso, è conservata all'ingresso del "suo" museo alla Cittadella. E proseguirà a dirigere il piccolo antiquarium comunale di Pula che custodisce i reperti di Nora. Nell'ufficio all'ultimo piano dell'edificio della Cittadella ha già raccolto tutte le carte. Sono gli ultimi giorni prima di passare il testimone al collega Paolo Bernardini, funzionario della Soprintendenza, prescelto alla direzione del maggiore museo dell'Isola. «Direi uno dei più importanti del Mediterraneo» sottolinea con soddisfazione Tronchetti: «Per quanto riguarda il periodo fenicio punico il nostro può competere alla pari con quelli di Tunisi e Cartagine». Quali sono i musei più ricchi del Mediterraneo? «Ovviamente i grandi musei di Napoli, Palermo e Atene. Poi Cipro dove c'è una piccola, ma importantissima collezione. Quando l'ho visitato, in occasione di una mostra a cui avevamo prestato una trentina di pezzi della nostra collezione, mi sembrava di essere entrato nel manuale di storia dell'arte perché ci sono esposti reperti famosissimi. Ma anche il nostro museo fa la sua figura». Quali sono i pezzi forti esposti alla Cittadella? «Senza dubbio la collezione di bronzetti. Ne abbiamo quattrocento. Per ora è unica al mondo in attesa di vedere quella che si dice di quasi mille bronzetti custodita nei magazzini del museo di Sassari. Sino a oggi ne ho sentito solo parlare». Oltre i bronzetti? «Le statuette raffiguranti la dea madre di età pre-nuragica. E poi la maschera punica di San Sperate, celebre perché fu uno degli oggetti più ammirati alla mostra sui Fenici di Palazzo Grassi a Venezia nel 1988. Possiamo continuare con la collana d'oro di Olbia, con le statue e i mosaici romani...». Oggi i musei comunali rivendicano i pezzi provenienti dai loro tenitori. In gran parte conservati a Cagliari. «Proprio in questi giorni consegneremo numerosi reperti al nuovo museo di Sant'Antioco. Ma non è una prassi automatica. La politica del Ministero prevede che i pezzi esposti restino al loro posto, cioè qui. È anche comprensibile perché Cagliari è il museo nazionale e il più importante dell'isola. Chi arriva nel capoluogo deve trovare il panorama più ampio della nostra storia». Con questo significa che i piccoli musei non hanno possibilità di dotarsi di reperti di grande richiamo? «Non è detto. Siamo pronti, come del resto stiamo già operando, a consegnare reperti di pari significato e valore. Per esempio, è inutile esporre più di tre o quattro pezzi simili, non ha senso. Così è giusto che vadano ad arricchire le collezioni minori. Non è detto neppure che un pezzo famoso di per sé sia un richiamo irresistibile. Di recente il mio collega direttore del museo di Reggio Calabria mi ha confidato che i famosissimi Bronzi di Riace, dopo l'exploit dei primi anni, non attirano più. Le sale sono deserte e lui sta pensando persino di farli mettere in una piazza. Almeno così la gente li vede. Ma posso fare altri esempi». Vada avanti, vediamo se riesce a convincere i sindaci dei piccoli comuni. «Il museo nazionale di Firenze, uno dei maggiori del mondo,ha consegnato a Cecina il cinerario di Monte Scudaro, di epoca etnisca. Un sepolcro bellissimo e di enorme valore. Risultato? Il museo di Cecina è sempre vuoto, probabilmente perché ha troppa concorrenza o è fuori da un certo circuito turistico». Così non c'è speranza per i musei minori? «La professor Pietro Valentino, esperto di economia culturale, disse a un convegno che un museo non arricchisce nessuno. Sulla base della mia esperienza aggiungo che può essere un elemento di sviluppo se integrato al territorio dove già funzionano altre attività. Ma da solo non basta: anzi può pesare in modo insopportabile per la casse di un piccolo comune, li museo è un investimento culturale che può dare frutti economici sul lungo periodo, ma nell'immediato è fonte di ingenti spese». Oggi le amministrazioni civiche devono fare i conti con i tagli alla finanziaria. «È vero. I sindaci sono molto preoccupati perché rischiano di non essere in grado di gestire i loro musei. La nuova legge regionale, che prevede sistemi integrati fra i musei dello stesso territorio, mira proprio a razionalizzare i bilanci. Del resto anche noi facciamo salti mortali per chiudere i conti di un museo nazionale». Nei tempi dei grandi eventi e della televisione occorre inventarsi qualcosa per richiamare i visitatori. Voi che fate? «Il problema sono sempre i fondi. Lo Stato non ne ha, da Regione e Comune non arriva un quattrino, non restano che gli introiti dei biglietti. Per ora insignificanti. L'unica speranza sono le sponsorizzazioni private, ma in Sardegna il panorama è davvero magro». Lei ha praticamente aperto questo museo e lo ha visto crescere. Oggi in che condizioni lo lascia? «Credo in salute. Lo dicono i numeri crescenti dei visitatori. Si può e si deve ancora migliorare progettando percorsi museali e nuove iniziative nella sala delle esposizioni. Ma ovviamente occorrono finanziamenti e quindi capacità per trovarli. Considero questo museo come il mio terzo figlio: l'ho visto nascere e l'ho allevato. Ora deve cammiare da solo».