Come faccio a far capire a mia moglie che, mentre guardo fuori dalla finestra, sto lavorando?», si chiedeva Joseph Conrad al principio del XX secolo. Oggi, al principio del XXI secolo, sono moltissimi, non soltanto i romanzieri, a "lavorare" quando guardano un film, un mostra, un programma televisivo, andando a un concerto, a un convegno, navigando in internet, affacciandosi alla nostra finestra sulla proteiforme esperienza metropolitana. Alla fine del secolo che ci siamo lasciati alle spalle, infatti, si è verificata una discontinuità epocale con l'affermazione di un nuovo modello socio-economico, abitualmente definito "post-industriale", centrato non più sulla produzione di beni materiali ma di beni immateriali: informazioni, servizi, simboli, valori, estetica. Tra le più significative conseguenze di questa svolta, vi è il fatto che le attività culturali divengono il motore di un nuovo tipo di sviluppo, allineato alla longevità della popolazione, alla perdita di centralità del lavoro in favore del tempo libero, alla priorità di bisogni qualitativi, all'ibridazione delle tre dimensioni della vita attiva - lavoro per produrre ricchezza, studio per produrre conoscenza e gioco per produrre benessere - alla maggiore produttività economica delle prestazioni intellettuali rispetto a quelle materiali. Questo quadro inizia, fortunatamente, a essere abbastanza chiaro almeno a una parte politica (e ci auguriamo di cuore che lo diventi anche all'altra). Ne discendono, in estrema sintesi, tre principi teorici e tre correlati concetti pratici 1) la cultura non è un costo economico ma una risorsa (concezione del finanziamento alla cultura come investimento produttivo) 2) la cultura non è un orpello ma un grimaldello (concezione strategica della cultura e non estetizzante) 3) la cultura è un diritto di tutti e non un privilegio di pochi (concezione dell'iniziativa pubblica nel campo culturale in quanto attinente alla sfera pubblica e non alla sfera privata governata dal principio di proprietà). Volendo sviluppare queste premesse in alcune proposte per Milano, indicherei le seguenti. 1) Milano capitale dell'editoria. Milano non ha e deve avere un grande evento culturale adeguato al suo rango di capitale dell'editoria italiana (la Milanesiana è preziosa ma è un'altra cosa). Lo deve avere per iniziativa pubblica in collaborazione strettissima con i grandi gruppi editoriali privati, e non limitandosi all'editoria del libro ma allargando il raggio al giornalismo quotidiano e periodico 2) Milano capitale della moda, del design e della pubblicità. Non si può e non si deve dimenticare che grande parte della creatività di Milano è, nella tradizione della contempora-neità, legata a queste tre ambiti. Ma è necessario che realtà di straordinaria eccellenza come, a esempio, II salone del mobile, sviluppino tutto il loro potenziale di eventi culturali non settoriali 3) Milano capitale del finanziamento privato alla cultura. Molti dei principali, e dei più illuminati, finanziatori e promotori privati della cultura hanno sede a Milano, e da qui irradiano la loro azione su tutto il Paese, e persino all'estero (pensiamo soprattutto a Progetto Italia, ma anche a Krizia, a Prada etc.). Rifuggendo da qualsiasi tentazione di dirigismo o di accentramento, questa risorsa deve essere ulteriormente valorizzata da un dialogo più fitto con le istituzioni pubbliche 4) Milano capitale del "Terzo Settore Culturale". Esistono nella nostra città, talora poco visibili, una moltitudine di iniziative culturali che provengono "dal basso", cioè da piccole organizzazioni che agiscono secondo le logiche culturali più evolute ma non con la priorità del profitto, e danno già oggi vita a manifestazioni di assoluto valore artistico. Vanno sostenute, messe in rete tra loro e con le prestigiose istituzioni culturali quali la Scala e il Piccolo, elevate alla razionalità di sistema 5) Milano capitale della televisione (pubblica e privata). Si nota spesso, e giustamente, che andrebbe rilanciato il Centro di Produzione Rai di Milano. Lo si deve fare, a mio giudizio, con specifico riferimento alla programmazione culturale. Si dimentica, però, altrettanto spesso, che Milano è la sede della principali televisioni private del nostro Paese. 1 loro dirigenti ricordano che si tratta di una risorsa dell'Italia intera e non solo di un gruppo imprenditoriale o, peggio, di una parte politica. E' giusto. Il modo migliore per dimostrarlo, secondo me, è di pensare a Mediaset o La7 come grandi industrie culturali. Perché invece di limitarsi a rimproverare alla Rai di non assolvere più alla sua funzione di servizio pubblico non cominciamo a pensare a un modo innovativo per sviluppare e valorizzare lo statuto di azienda privata di pubblico interesse caratteristico di Mediaset e il suo ruolo implicito di potente produttore di cultura socialmente condivisa?
Che cos'è la cultura nel secolo post-industriale
Il testo discute la necessità di riconoscere la cultura come risorsa economica e non come costo. La cultura non è un orpello ma un grimaldello per lo sviluppo economico e sociale. Il testo propone cinque proposte per Milano per diventare capitale della cultura: 1) editoria, 2) moda, design e pubblicità, 3) finanziamento privato alla cultura, 4) Terzo Settore Culturale e 5) televisione. Queste proposte mirano a valorizzare le risorse culturali della città e a promuovere lo sviluppo economico e sociale. Il testo conclude sottolineando l'importanza di un dialogo più fitto tra le istituzioni pubbliche e private per valorizzare la cultura come risorsa economica.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo