E' un'isola d'incanto. Splendida per la sua natura incontaminata e straordinaria per le sue vestigia archeologiche, Mozia, tra le acque basse dello Stagnone, di fronte a Marsala, è un gioiello dell'archeologia fenicia e punica del Mediterraneo centrale, che aveva, più di un secolo fa, già destato l'interesse di Heinrich Schliemann e che nella prima metà del Novecento vide l'esplorazione pionieristica e fortunata di Joseph Whitaker. Nella seconda metà del Novecento, fondamentali sono stati gli scavi di Antonia Ciasca al santuario fenicio del Tofet e alle fortificazioni e di Vincenzo Tusa nell'area sacra del Cappiddazzu nel quadro di una felice collaborazione tra la Soprintendenza di Palermo e l'Università di Roma. Oggi stanno dando inattesi risultati di grande rilievo gli scavi ripresi quattro anni fa dall'Ateneo romano della "Sapienza" sotto la direzione di Lorenzo Nigro nell'ambito delle ricerche programmate in accordo con la Soprintendenza di Trapani. Mentre nuovi dati importanti emergono anche dallo scavo sistematico di tratti particolarmente muniti e ben conservati delle originali fortificazioni fenicie che cingevano tutto il perimetro dell'isola, oggi interrate e nascoste da un'inestricabile quanto suggestiva vegetazione mediterranea, una scoperta di eccezionale valore è costituita dall'identificazione e dallo scavo del Tempio del Kothon presso l'angolo sud-occidentale delle mura e la Porta urbica sud. Il nuovo importante edificio sacro, individuato già in alcuni suoi elementi alla ripresa degli scavi nel 2002, è stato così chiamato dal nome greco del grande bacino tagliato nel banco roccioso calcareo affiorante dell'isola presso cui si trovava, da sempre interpretato come una darsena comunicante con il mare usata per la riparazione dei vascelli antichi. Nella campagna di scavo da poco conclusa, ad un tempo, sono stati riportati alla luce gli elementi planimetrici essenziali del tempio e è stato prosciugato il Kothon per chiarirne i caratteri strutturali. Si è così potuto appurare che tempio e bacino furono costruiti nel VI secolo a.C. e che l'edificio sacro fu abbattuto, devastato e rasato al tempo della terribile distruzione della città, ben nota dalle fonti storielle, compiuta dal tiranno di Siracusa Dionigi nel 3976 a.C. Il Tempio del Kothon rappresenta un assai importante contributo alla conoscenza dell' architettura religiosa monumentale del mondo fenicio d'Occidente, che richiama per vari aspetti fondamentali strutture sacre della madrepatria d'Oriente. Esso aveva una struttura aperta, originariamente suddivisa in cinque navate separate da pilastri squadrati disposti a 3,15 metri l'uno dall'altro, con uno spazio interno dominato da una grande corte rettangolare, dove erano varie installazioni cultuali, e dalla cella, anch'essa rettangolare, che si apriva verso la corte sul lato settentrionale di fronte all' ingresso del complesso, mentre un terzo grande ambiente cultuale si trovava di lato ed era anch'esso accessibile dalla corte. Mentre i tre spazi maggiori avevano un orientamento trasversale rispetto all'asse del tempio, nella corte si trovavano un pozzo sacro e una bassa banchetta, circondata da offerte di conchiglie, servita per sostenere un pilastro in forma di obelisco, alto 6 cubiti, che è stato trovato a una certa distanza perché smontato dopo la distruzione. Questo importante arredo cultuale è stato trovato in una favissa sepolto insieme a diversi elementi architettonici, come piedritti e lastre di rivestimento, sottratti alle macerie della terribile devastazione siracusana della fine del IV secolo a.C. Oltre l'obelisco recuperato nella corte, lungo un unico asse, erano una seconda base per un cippo-stele, mutilo ma rimasto in posto, simile ad una stele iscritta del Tofet scoperta dal Whitaker, e una terza base per un altro arredo non ancora ritrovato. Ancora contro il muro orientale della corte, in asse con i tre arredi, era un podio che probabilmente doveva sostenere un trono. La cella, cui si accedeva per un portale largo quanto l'entrata al tempio ed in asse con essa, presentava abbondanti resti carbonizzati derivanti verosimilmente da importanti arredi cultuali lignei, mentre un gradino e due ante separavano sul lato orientale il luogo dove doveva essere originariamente il simulacro della divinità. Non è ancora possibile identificare con sicurezza la natura del titolare divino del tempio, ma diversi indizi fanno ritenere che l'edificio fosse dedicato ad una divinità degli Inferi, connessa alle acque dolci e al mare. Proprio le indagini al Kothon, con il completo prosciugamento del singolare bacino, che ha permesso un attento studio della sua struttura, hanno consentito di scoprire che esso non era all' origine comunicante con il mare e quindi non poteva essere un bacino di carenaggio, né poteva ospitare vascelli antichi, mentre vi si è scoperta una fonte d'acqua dolce, che sembra spiegare perfettamente la particolare struttura e l'erezione del tempio adiacente. Sopra le devastate rovine del Tempio del Kothon nel IV secolo a.C. fu allestita un'area sacra a cielo aperto, disseminata di depositi d'offerte e di segnacoli e recintata da un temenos, che testimonia la persistenza di un luogo di culto certo di particolare importanza della comunità urbana fenicia. La scoperta del Tempio del Kothon nella Mozia del VI-V secolo a.C. documenta la trasposizione negli ambienti della colonizzazione fenicia del Mediterraneo centrale di antiche tradizioni di culto documentate in Fenicia, anche in tempi anteriori ai secoli dell'Età del Ferro, quando assunse caratteri nazionali distinti la civiltà di quell'ardimentoso popolo di navigatori e di mercanti. Così, se gli arredi della corte del nuovo santuario ricordano indubbiamente quelli di un celebre antico luogo sacro della Biblo dell'Età del Bronzo, il Tempio degli Obelischi, il bacino del Kothon con la sua fonte celata richiama certo il fondamento del monumentale Tempio di Amrit, l'antica Marathos, nella Fenicia settentrionale. Il rinnovato e sagace impegno degli archeologi della "Sapienza" e la rinsaldata collaborazione con la Soprintendenza di Trapani stanno riportando alla luce nuove importanti testimonianze della civiltà fenicia del Mediterraneo centrale che gettano nuova luce sui complessi rapporti tra Fenici d'Oriente e Fenici d'Occidente. E auspicabile che questa feconda stagione di rinnovate ricerche di scavo nella Sicilia fenicio-punica coincida con la ripresa regolare delle attività archeologiche anche nel territorio del Libano, dove in effetti di recente sono stati riaperti cantieri urbani di primaria importanza, come Sidone e Tiro.