L' Italia ha un patrimonio archeologico di immenso valore, ma di questa sconfinata ricchezza conosciamo soltanto, ed è catalogato, appena il cinque per cento, e anche meno. Dal tesoro archeologico conosciuto e fruibile, appena l'uno per cento è vincolato e ben il cinquanta per cento è a forte rischio di distruzione e asportazione. Questo dato, in qualche modo allarmante, per il pericolo che corrono i beni dell'archeologia italiana, viene da un rapporto del Consiglio nazionale delle ricerche e dell'Università di Lecce, da poco reso noto. La ricerca è frutto di un lavoro durato 10 anni e basato sull'integrazione di varie fonti. Se sorprende l'esiguità del patrimonio archeologico godibile e conosciuto, è comunque confortante, in un certo senso, la vastità del patrimonio archeologico dell'Italia, per com'è stata ipotizzata nella ricerca. La mole dei dati è raccolta in un sistema (Gis) interrogabile, gestito da un software messo a punto dal Cnr. «Dal lavoro svolto -spiega il prof. Marcelle Guaitoli dell'Università di Lecce, responsabile scientifico del rapporto - emerge l'urgenza di una a-deguata conoscenza dei beni culturali minacciati da una sistematica distruzione a causa di lavori agricoli e di edificazione». Sulla base dei dati ottenuti con la ricognizione (condotta anche mediante sorvoli sistematici dal Nucleo Elicotteri Carabinieri) che riguarda più di 10.000 siti archeologici, quelli di cui è conservata notizia sono una minima parte e molti risultano distrutti anche dopo i rilevamenti effettuati nel corso della ricerca. In un'area nella provincia di Viterbo di 100 km, sono stati individuati, con la ricognizione effettuata, 444 punti di interesse, a fronte di appena 51 dei quali è conservata notizia in bibliografia o archivi. A Torrimpietra, alle porte di Roma, 38 punti sono noti, appena uno vincolato e ben 777 risultanti dalla ricognizione, tra cui ville con piscina e necropoli. Numerosi i complessi, anche mol-toestesi, (individuati nel corso del monitoraggio aereo effettuato con il Nucleo tutela dei beni culturali e con il Gruppo aeromobile-reparti elicotteri di Pratica di Mare e di Bari dei Carabinieri) conosciuti ma di fatto non studiati o in precedenza del tutto ignoti e quindi non tutelati o sorvegliati. «Per le aree a rischio - spiega la topogra-fa del Cnr Patrizia Tartara- sono state prodotte cartografie su base fotogrammetrica di dettaglio del rilevamento, facendo confluire nel sistema tutti gli elementi archeologici visibili sul terreno al momento attuale e tutti quelli documentati in passato o visibili in foto storiche