I beni culturali sono in crisi! (sic!). Così qualche dirigente periferico del Ministero per i beni e le attività culturali sostiene sottolineando gli errori della polìtica culturale , del Ministero a cominciare dalla suddivisione delle direzioni generali e dei dipartimenti. Vorrei chiedere al Ministro direttamente: i beni culturali sono veramente in crisi e quali sono e dove stanno le responsabilità per aver procurato un danno al patrimonio .culturale? È vero ciò che sostiene il soprintendente archeologico della Puglia nel fare quell'affermazione o si tratta soltanto di campagna elettorale? Mi sembra piuttosto un percorso politico con delle affermazioni marcatamente ideologiche. Credo che il Ministro debba chiarire queste situazioni e non si può stare in un simile equivoco. Noi siamo convinti, invece, che i beni culturali, con il Codice dei Beni culturali sono diventati realmente propositivi. Voglio dire che finalmente oggi si ha la possibilità di guardare alla valorizzazione, alla promozione e alla fruizione con grande capacità manageriale. È naturale che ai soprintendenti queste cose diano fastidio ma il patrimonio culturale non è un orticello da coltivare per pochi intimi. Dovremmo, invece, verificare i motivi reali peri quali un Museo nazionale chiuso nel 2000, come il Museo Nazionale di Taranto ancora non abbia dato certezza per la sua apertura totale. Chi provvedere all'allestimento? Con quale progetto? Che ruolo avrà direttamente la Direzione Generale e il Ministero? Non è pensabile che un Museo debba restare chiuso. Non è pensabile che una soprintendenza non abbia una sua politica di promozione culturale e la sua attività, sul piano della valorizzazione. Non è pensabile che un Museo nazionale possa essere gestito da personalità che non abbiano capacità manageriali e turistiche e di esperienze reali nel campo delle attività di promozione. I musei non possono essere affidati ai singoli esperti di settore. Il Codice dei Beni culturali va applicato, caro Ministro, altrimenti è meglio ritirarlo. Le città del Sud vanno incoraggiate non solo con una seria politica culturale ma anche con personalità che abbiano spessore culturale, manageriale, istituzionale ed esperienza nel campo della promozione. Dobbiamo superare l'ottica piccola piccola del museo è mio e me lo gestisco io. Concezioni ideologiche che purtroppo resistono. La politica culturale di questi anni va difesa. Ma bisogna sfruttare con intelligenza e con armonìa culturale le energie e le potenzialità di questo settore. La cultura, come progettazione e come promozione, in termini istituzionali passa attraverso alcuni riferimenti che riguardano direttamente le nuove forme normative del Ministero per i beni e le attività culturali. Dalla tutela alla promozione. Un percorso che vive dentro le maglie di una progettualità culturale che trova nel rapporto Stato - Enti Locali una chiave di lettura importante proprio sul piano delle innovazioni. Due tappe importanti. Il Codice dei beni culturali con le sue sistematiche normative e la nuova organizzazione del Ministero per i beni e le attività culturali. Con la messa a punto dell'organizzazione del Ministero (voluto come si sa nel 1974 da Giovanni Spadolini) la strada verso competenze e professionalità eterogenee, sempre nel campo dello specifico della materia, trova prospettive in un campo che non può reggersi soltanto sulla tutela; Più volte ho sostenuto la necessità di uno "sdoganamento" della tutela stessa e una chiara semplificazione delle norme riferite alla valorizzazione e alla fruizione. Da questo punto di vista è proprio il Codice che sancisce quell'apripista sul quale ci si deve incamminare per una maggiore garanzia della partecipazione al bene culturale. I processi educativi sono elementi di un portato nuovo. I beni culturali sono portati chiaramente storici ma anche educativi. Bisogna sapere accogliere e non respingere. Bisogna fare i modo che, soprattutto i musei, si creino spazi di comprensione, di divulgazione, di educazione. I beni culturali, dunque, sono una risorsa. Un punto centrale che va inserito proprio in quel rapporto dialettico tra cultura ed economia. Il concetto di risorsa dei beni culturali non può essere soltanto un "esercizio" dialettico ma va inserito in un modello che pone tale risorsa sT come fatto identitario ma anche come modello produttivo. Proprio qui il rapporto tra cultura della conoscenza e quindi educazione e cultura dell'apprendimento creerebbe un rapporto sinergico per un progetto che deve interessare le nuove generazioni e le società dei nuovi linguaggi comunicativi. È proprio vero che i beni culturali sono "strumenti" di socializzazione che si muovono su diverse direzioni e si propongono come modelli di identità depositata che, comunque, dovrebbero portare a dei valori condivisi. Il dibattito che spesso ha movimentato questi ultimi decenni ha focalizzato aspetti ed esigenze di un rapporto fondamentale che è quello tra processi culturali (che derivano a loro volta dalla presenza delle testimonianze storiche sul territorio) e manifestazioni educative. Già di per sé la istituzione di un dicastero che raggruppa i beni e le attività culturali apre una verifica importante intorno a tutto il sistema cultura in termini legislativi (quindi istituzionali) che non può essere esaurito. Proprio per questo è continuamente sede di eterogenee e sempre nuove discussioni che sottolineano, ormai, i codici genetici del concetto di patrimonio, di cultura, di promozione, di qualità. L'appartenenza di un bene richiama altri processi che sono storici, ereditari, radicanti. Ecco, dunque, il bene come identità. Ovvero come trasmissione di tradizione di civiltà attraverso la testimonianza. Le testimonianze della storia .sono dettati, appunto, di civiltà. L'identità "2ve essere vissuta come consapevolezza comunitaria. Quindi trattasi di un percorso.pubblico nello stesso tempo. Ma, ancora, essendo tale diventa chiaramente una risorsa identitaria. Il concetto dì patrimonio richiama riferimenti che hanno un senso identitario. - Beni culturali partecipati, si è più volte detto, e beni culturali che avanzano partecipazione. Ma la partecipazione è socializzazione. I beni culturali creano circuiti. Soprattutto nella visione normativa che si ha oggi del bene e delle attività culturali i circuiti sono trasmissioni di identità e di risorse notevoli che hanno necessità di essere compresi sul piano valorizzante. Un circuito culturale diventa efficace se riesce a legare motivazioni ideali e sviluppo. Il bene culturale va letto, va capito, va compreso in tutte le sue sfaccettature. C'è un bisogno pedagogico come più volte è stato richiamato. Il Ministero, nella sua centralità, non può farsi criticare dalle sue sedi periferiche, dai suoi diretti responsabili, innescando polemiche politiche guarda caso proprio alle soglie di una campagna elettorale complessa.
Beni culturali della discordia. II nuovo Codice porrà un freno ai personalismi di alcune soprintendenze
Il testo esprime preoccupazioni per lo stato dei beni culturali in Italia, affermando che il Ministero per i beni e le attività culturali ha commesso errori nella gestione del patrimonio culturale. Il testo chiede al Ministro di spiegare le responsabilità per il danno al patrimonio culturale e di chiarire le affermazioni del soprintendente archeologico della Puglia. Il testo sostiene che i beni culturali sono diventati propositivi grazie al Codice dei Beni culturali e che è necessario valorizzare e promuovere il patrimonio culturale. Il testo critica la gestione dei musei e chiede che il Ministero stabilisca un piano per l'apertura dei musei chiusi, come il Museo Nazionale di Taranto.
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