L'ALLORA maresciallo capo Serafino Dell'Avvocato, classe 1966, non credeva ai propri occhi, il 13 settembre '95, al Porto franco a Ginevra: era il primo italiano a scoprire, e per esigenze del mestiere a fotografare, quanto ai giudici avrebbe poi definito «un vero bendiddio». In cinque locali, 3.800 reperti archeologici, più o meno grandi e imponenti. Anche decine d'immensi vasi etruschi, apuli ed attici, ben restaurati: in ottime condizioni; e una trentina d'oggetti, che tre periti, docenti d'archeologia, avrebbero valutato «rarissimi»; in due casi, perfino «unici». Poi, nell'ultima stanza, affreschi pompeiani «grandi come quest'aula, signor giudice», che Dell'Avvocato (ora luogotenente, e capo della stazione di Sant'Elpidio) non aveva mai visto, così belli e immensi, nei 15 anni tra i Carabinieri del Comando per la Tutela del Patrimonio artistico. Ma ben presto, lo stupore muta in qualcosa che il sostituto procuratore Paolo Ferri definisce come l'«assoluto raccapriccio». Quel pozzo di San Patrizio conteneva anche delle immagini: decine di migliaia di foto, e perfino di polaroid . Tra loro, anche quelle che Il Messaggero pubblica: una mezza dozzina, che immortalano quegli stupendi affreschi pompeiani, antichi d'oltre 2.000 anni, ancora sottoterra. Mentre qualcuno li scava, anzi li deturpa, nottetempo: in modo clandestino; assolutamente di nascosto; senza nessun criterio di tutela, o scientificità. Tre pareti, verosimilmente una stanza d'una villa sepolta dall'eruzione del 79 dopo Cristo, che, grazie alla follia dei "tombaroli", non sappiamo ancora quale sia; né dove; né quali altri tesori - magari - nasconde. Infatti, non si è mai vista una ricca villa patrizia ridotta a monolocale. E' una delle pagine peggiori del processo, che si svolge a Roma, contro Marion True, 58 anni, già curator del Getty Museum, e Robert Emanuel Hecht, 85 anni, chiamato, da molti coinvolti nel "traffico nero" d'archeologia, «numero 1 del mercato clandestino, e per molti decenni». Lui, di suo, si vanta d'aver venduto «al British, al Louvre, e ai musei di Monaco, Copenhagen, Boston, Cleveland, Toledo nell'Ohio, alla Harvard University». Fino a 25 anni fa, viveva a Roma: viale di Villa Pepoli 1; poi, qualcuno parla e l'arrestano: «Così, andai in esilio, e non m'era permesso di tornare in Italia», ha scritto in una sua biografia. E i locali nel Porto franco erano di Giacomo Medici, punto di riferimento del traffico, almeno nel Centro Italia. I suoi avevano «un banchetto a Fontanella Borghese, e vendevano reperti minori ai turisti»; ma lui, «da soldato, è divenuto un generale», dice Pietro Casasanta: quello che, tra l'altro, ha scavato (s'intende sempre di frodo) la Triade Capitolina e la Maschera d'avorio , e scusate se è poco. «E' vero: il sequestro Medici ha profondamente rivoluzionato il mercato antiquario; i musei ora sono divenuti assai più cauti negli acquisti», ammette Philippe de Montebello, il direttore del Metropolitan. E «nei documenti del sequestro Becchina, ci sono immagini ancora peggiori», dice chi ha potuto vederle: a Gian Franco Becchina, "re dei traffici" nel Centro Sud, che al Getty vende un Kouros alto due metri poi risultato falso, il 1. ottobre 2001, a Basilea, hanno sequestrato un archivio così vasto, che occupa sei dvd; tre carabinieri, per microfilmarlo, hanno lavorato tutta l'estate scorsa. Un Paese saccheggiato: «Anni fa, dall'Etruria partivano Tir interi carichi di materiale», racconta qualcuno. Quando si scava di frodo, s'annullano i "contesti". Le opere restano magari stupende: ma diventano mute. Non spiegano più nulla di loro stesse: perché sono state messe lì; accanto a quali altri reperti; quali storie potrebbero narrare. Queste foto degli affreschi pompeiani dicono più di mille parole: fanno accapponare la pelle. Questi capolavori, strappati così di fretta e male, senza preparare la parete di supporto, e che quindi hanno subito lacerazioni e lacune, poi restaurate, nei "magazzini Medici" erano vicini ad un altro unicum : 20 piatti attici a figure rosse, 20 centimetri di diametro, di 2.500 anni fa (490-480 avanti Cristo), dipinti con effigi di danzatrici e servitori. «Mai visto prima un corredo del genere», spiega Fausto Zevi, docente alla Sapienza , uno dei periti. Ma, nel 1987, il Getty li rifiuta: due milioni di dollari sono troppi, per tante opere di un unico artista; preferiamo diversificare. «Mi creda, non l'ho deciso io», scrive Marion True al «caro signor Giacomo», spiaciuta di doverli rispedire indietro, poiché avevano già varcato l'Atlantico. Scrive a Medici: anche se, a lei, l'acquisto glielo aveva proposto Hecht. Anche qui, chissà quale tomba, verosimilmente della zona di Cerveteri, celava questo insieme di piatti; con quali altri oggetti erano stati inumati; a chi appartenevano. I piatti - certificano gli studiosi - nella produzione attica figurata «sono rari»; e i pochi trovati, provengono quasi tutti dall'Etruria: da Chiusi i 12 del pittore Lydos, e 5 su 8 di quelli opera di Peseas; da Vulci, 7 sui 12 noti, dipinti da Epiktetos: un disegnatore dei più abili nel V secolo prima di Cristo. E mai prima d'ora, venti piatti eseguiti dalla medesima mano: «Tanto belli e tanto unici, che, come per gli affreschi, ci venne perfino un dubbio, poi fugato, sull'autenticità», racconta Zevi. E così importanti, che Medici ne documenta tutte le fasi: nel suo portfolio fotografico, prima sono in frammenti, dentro delle valigie di cartone spalancate; poi, parzialmente restaurati e già integrati; infine, del tutto ricomposti e ritoccati: bell'e pronti per essere offerti in vendita all'estero. Prima opzione, il solito Getty. Ma torniamo agli affreschi. D'una villa pompeiana, però non a Ercolano: lì, la lava è solida; nelle foto, invece, si vedono i lapilli. Forse, attorno a Pompei; forse Oplontis: l'attuale Torre Annunziata; o Terzigno. Sta di fatto che qualcuno li scava. Una parete mostra due grandi erme, e una sequenza di maschere e figurini; un'altra, un prospetto architettonico a due piani. Davvero in ottime condizioni. Appartengono al cosiddetto «secondo stile»; dipinti verso il 40 avanti Cristo: un secolo prima d'essere sepolti dalla rabbia del Vesuvio. Giungono a Medici, e finiscono in Svizzera. E' un affare che, come spesso, accomuna Medici a Hecht; valgono oltre un milione e mezzo di dollari del '95. Nel 1988, li restaurano Fritz e Harry Burki: padre e figlio di Zurigo. Fritz era un portinaio alla locale università, quando vi studiava Hecht. Ai Burki, gli affreschi arrivano malamente sezionati in 11 pezzi, con le lacune dovute al rapido e improvvisato strappo dal muro: «Almeno un anno, forse uno e mezzo, di lavoro», affermano i restauratori. Italia colabrodo: più o meno in quello stesso periodo, «si era ai mondiali di calcio», dalla zona vesuviana sparisce, racconta Danilo Zicchi dicendo d'averlo saputo dal proprio sodale Pasquale Camera appena defunto (un ex tenente della Guardia di Finanza fattosi poi tombarolo-capo), «un tesoro di più di 100 pezzi d'argenteria, paragonabile agli unici due che si conoscono: quelli della Pisanella al Louvre, e della Casa di Menandro, ora a Napoli». E a quelli d'una tra le più belle Case di Pompei, quella del Criptoportico, si possono paragonare gli affreschi trovati a Ginevra: «Forse, è la stessa officina», dice ancora Zevi; «e ricordano anche gli affreschi della Casa di Augusto, già "delle Maschere", sul Palatino, a Roma». Siamo ai vertici dell'arte d'allora: «Rarissime le pitture tanto integre, complete, ottimamente conservate, e ancora in situ . A Roma e Pompei, le case dei più ricchi aristocratici». Scenografie architettoniche e finte prospettive di giardini: come delle quinte teatrali. Hecht è un furbacchione: chiede all' Art Loss Register di Londra se gli affreschi risultino rubati; bel colpo: se provengono da uno scavo clandestino, come mai potrebbero essere registrati? La risposta è, ovviamente, negativa. I Burki restaurano, ma tengono gli affreschi in casa per altri tre anni; documenti doganali fasulli indicano dei viaggi inesistenti da e per gli Usa, onde evitare di pagare le tasse d'importazione in Svizzera. Forse poco prima della loro vendita, a Ginevra piomba Serafino Dell'Avvocato. Ma più ancora della magnificenza dei dipinti, colpisce la vera crudeltà delle immagini che ne certificano lo scavo. Spiega Daniela Rizzo, uno dei periti, da 20 anni archeologa alla Soprintendenza per l'Etruria meridionale: «Ancora adesso, quando apro una tomba, sono sconvolta dall'emozione; perché significa entrare in contatto diretto con la Storia, con il passato. Quando ho visto la prima volta quelle immagini, rammento d'aver provato un autentico voltastomaco». Medici dice di non ricordare chi gli abbia dato quelle foto, e che quegli affreschi «probabilmente sono dei falsi». Uno tra i periti, Maurizio Pellegrini, anch'egli della Soprintendenza per l'Etruria, certifica: «Identici alle pareti ritratte durante lo scavo; combaciano perfino le stuccature». Nella documentazione sequestrata, sono descritti ben 16 pannelli d'affreschi vesuviani: ma d'un paio di loro, sono rimaste soltanto le foto; i dipinti sono ormai emigrati chissà dove: perduti forse per il nostro patrimonio, ma certamente anche per gli studi degli archeologi del mondo intero. Il mercato clandestino è sterminato, ed è un merito del sostituto procuratore Ferri averne scoperchiato molte delle magagne; Robert Symes, amico di Medici, colui che vende la Venere di Morgantina al Getty (a 20 milioni di dollari, nel 1987), ed è costretto a restituire all'Italia la Maschera d'avorio (valutata un milione di dollari), conservava, nei suoi 29 depositi tra Londra, New York e Ginevra, 17 mila oggetti, in buona parte di provenienza italiana: un valore (secondo una recente perizia) di 125 milioni di sterline, quasi 360 miliardi delle vecchie lire. E non era il solo. «Distruggere l'arte», diceva Giulio Carlo Argan, «è un tal peccato che, se si riscrivessero le Tavole della Legge, di certo dovrebbe esservi ricompreso».