Quando ho visto la notizia della distruzione della cupola dorata della Moschea di Samara mi sono chiesto se questi oggetti che noi progettiamo e costruiamo con grande incoscienza e che ci vengono particolarmente bene quando li facciamo con incoscienza, hanno caratteristiche soltanto funzionali, estetiche, simboliche o possiedono qualcosa di più, una forza che va al di là della nostra immaginazione e che può porci molti problemi». Al telefono da Parigi, tra una tappa a Manchester, una a Londra e una a Ottawa, Massimiliano Fuksas, star deirarchitettura internazionale ragiona sui rapporti tra architettura e democrazia, tra costruzione ed etica. In fondo non è una novità: fin dai tempi della Biennale Architettura di Venezia del 2000, da lui curata con il significativo titolo Less Aestethics more Etihcs, l'architetto romano di origine lituana, il tema l'aveva posto con chiarezza. E pochi giorni fa a Londra, in occasione di un premio consegnatogli al Riba, il Royal Institute of British Architecture, tra chi disquisiva degli aspetti formali deirarchitettura e chi ne sottolineava quelli concettuali, Fuksas si è messo a parlare su quale possibile democrazia si può evocare con l'architettura. Ma perché, architetto Fuksas, l'architettura non se lo era mai posto il problema dei rapporti con il sociale e la democrazia? «Sì, ma se lo era dimenticato. Dopo il "virus" del sociale, della casa per il popolo, per l'operaio, per il proletario che aveva caratterizzato per decenni il dibattito architettonico, c'è stata una sorta di indigestione, di reazione antivirale che ha portato gli architetti a disinteressarsi di certi problemi, a rifugiarsi nel formalismo, facendoci dimenticare l'obiettivo del nostro lavoro che è l'uomo. Da qui il tema della responsabilità e delle democrazie possibili. Insomma, se abbiamo capito che l'architettura non fa la rivoluzione ci stiamo accorgendo però che può produrre danni spaventosi. Facendo esplodere quella moschea si produce un tale cataclisma che può provocare una guerra civile». Era successo, in maniera ancora più spettacolare e drammatica, con l'attentato alle Due Torri? «Certo, ma anche con la distruzione dei Budda di pietra in Afghanistan da parte dei talebani. L'architettura è diventato un obiettivo sensibile e questo fa dell'architettura qualcosa di più importante di quello che noi tutti credevamo. È una riflessione che non facciamo più da una quarantina d'anni, perché pensavamo di aver risolto il problema con il superamento delle avanguardie dell'altro secolo, quelle che avevano capacità di rapporti e di relazioni con i movimenti sociali. Allora si trattava di una mitologia architettonica che si affiancava a quella dei grandi movimenti; o di interventi molto concreti, come gli sventramenti del barone Hausmann, che hanno cambiato il volto di Parigi in sintonia con il cambiamento delle classi che la governavano. Oggi la questione è diversa ed è molto seria». Se sono cosi «sensibili», allora, le architetture devono forse diventare meno visibili e nel rapporto con la società, farsi un po' da parte? «No, tutt'altro. Occorre che il rapporto sia manifesto, perché c'è una correlazione forte degli oggetti architettonici con l'immaginario collettivo. Sulle torri del World Trade Centre non c'era mica scritto che se le buttavi giù si sarebbe scatenata una crisi mondiale, ma quando è avvenuto ce ne siamo accorti. E la dimostrazione è stata che sulla loro ricostruzione si sono aperte discussioni infinite: facciamo una torre, no facciamone due, facciamo una torre della libertà, un mausoleo, ecc. Si è aperto un vuoto che non siamo stati in grado di colmare». Insomma dopo il virus e l'antivirus, bisogna tornare a ragionare sulla casa dell'uomo? «Più che alla casa, bisogna pensare alla città dell'uomo. Avremo città di 30 milioni di persone che abiteranno uno accanto all'altro e allora quali gradi di democrazia sapremo evocare? Ma non la democrazia intesa come elezioni, che sono un aspetto importante ma sono un surrogato della democrazia. Quando Socrate, Piatone o Aristotele parlavano di democrazia alludevano ad una cosa molto più complessa». Non a caso la democrazia coincideva con la «polis»? «Certo la polis, e l'architettura ne fa parte. Ci siamo come svegliati da un lungo sonno e abbiamo capito che l'architettura ha contenuti complessi, molto più importanti di quello che si credeva, non solo quelli formali, stilistici, accademici. Viviamo in un'epoca ottima per l'architettura, oggi c'è l'avanguardia in tempo reale». Che cosa intende con questo? «Una volta certi progetti si immaginavano soltanto, restavano schizzi sulla carta, utopie da avanguardia. Oggi, anche con l'aiuto della tecnologia, si riescono a realizzare in tempi brevi. L'asse centrale della mia nuova Fiera di Milano-Rho con la sua galleria di oltre un chilometro di acciaio e vetro l'hanno costruita in 26 mesi. È questa l'avanguardia in tempo reale». In Italia però i progetti marciano piano, altro che avanguardia... «Non è sempre così. Per quanto mi riguarda è andata bene a Milano con la Fiera, a Bassano del Grappa con il centro delle distillerie Nardini...» E a Roma con il nuovo Centro Congressi, la famosa nuvola: come sta andando? «Si fa, la nuvola si fa. Il progetto con il nuovo appalto ora cammina e si sta mettendo a punto l'esecutivo. Quello che non funzionava era il meccanismo delproject financing». Qualche maligno dice che la nuvola non sarà poi così leggera e trasparente come nei disegni e nei rendering al computer... «E chi lo dice? I disegni strutturali esecutivi sono lì e ci mostrano che è trasparente. Del resto basta guardare le "bolle" Nardini e si vede che la cosa può funzionare». E sulle torri all'Eur di Ligini che si vogliono abbattere per far posto al nuovo progetto di Renzo Piano che cosa ne pensa? «Quelle torri sono già state massacrate dall'inserzione delle scale antincendio per adeguarle alla normativa. Certo tutto è possibile: conservare, modificare, abbattere ma, ripeto, la loro immagine è già statta fortemente danneggiata». Però il problema posto dall'intervento di Renato Nicolini su questo giornale qualche giorno fa è più generale. E riguarda la sorte di molte architetture del dopoguerra che troppo disinvoltamente si lasciano in abbandono o si vogliono demolire? «Non succede solo in Italia. Ci sono edifici che riescono e altri che non ce la fanno a sopravvivere, C'è quasi una naturale disposizione della storia che fa sì che edifici anche importanti non vengano integrati nel nuovo. Il Teatro di Marcello a Roma ce l'ha fatta: dopo l'epoca imperiale fu abbandonato in rovina, nel medioevo divenne una fortezza, poi un palazzo con appartamenti in affitto. La sua capacità di cambiare pelle e di destinazione l'ha reso un oggetto vivo. Altri sono rimasti inabitati come il Colosseo... c'è sempre una ragione di sopravvivenza o di eliminazione». A quali nuovi progetti sta lavorando? «Agli Archivi nazionali repubblicani di Parigi che raccoglieranno i documenti che vanno dal 1789 ad oggi. È un concorso che ho vinto l'anno scorso: un'opera di 110.000 mq, che conterrà 329 km di scaffali e sorgerà a Pierrefitte, alla periferia di Parigi, nei pressi della cattedrale di St. Denis, dove sono sepolti i re di Francia. È il primo edificio destinato alla cultura che sorge in periferia, in una zona governata da sempre da un sindaco di sinistra. In Italia sto lavorando a una nuova chiesa a Foligno, uno dei miei progetti più belli, a cui sto molto molto dietro. E poi a Manchester, nella zona di Salford lavoro a un progetto di Urban Regeneration, di rigenerazione urbana: una di quelle cose molto importanti che dovremmo fare anche in Italia».
l'Unità
25 Febbraio 2006
Fuksas: Architetti costruite democrazia
RE
Renato Pallavicini
l'Unità
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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